Campania Teatro Festival

Internazionale

FUCK ME

DI MARINA OTERO
8, 9 SETTEMBRE
TEATRO BELLINI

Apre la sezione Internazionale Marina Otero, una delle più interessanti artiste della scena argentina, che arriva al Campania Teatro Festival presentando FUCK ME, terza parte di una trilogia iniziata con ANDREA e proseguita con SE RAPPELER 30 ANNÉES POUR VIVRE 65 MINUTES.
Il lavoro esplora il trascorrere del tempo e i segni che lascia sul corpo, superando completamente le frontiere tra documentario e finzione, danza e performance, evento e rappresentazione. Lo spettacolo, debutto nazionale, sarà in scena l’8 e 9 settembre al Teatro Bellini.

TRANVERSE ORIENTATION

DI DIMITRIS PAPAIOANNOU
16, 17 SETTEMBRE
TEATRO POLITEAMA

Dopo The Great Tamer, il regista e coreografo greco Dimitris Papaioannou torna al Festival con la sua seconda produzione internazionale Transverse Orientation (Politeama, 16 e 17 settembre). Il nuovo lavoro ha coinvolto per le audizioni più di 500 performer e danzatori provenienti da tutto il mondo. Si ispira, a partire dal titolo, ad una teoria scientifica che spiegherebbe l’attrazione delle falene per le fonti di luce. In un vortice di simbolismi e significati che coinvolgono lo spettatore, anche attraverso le musiche di Antonio Vivaldi, ed esaltano il senso ed i sensi.

ALCUNE IDEE

DI CHRISTOPH MARTHALER
23, 24 SETTEMBRE
TEATRO BELLINI

Un grande ritorno è anche quello del regista svizzero Christoph Marthaler con Aucune idée. In questo lavoro – che si preannuncia, come gli altri lavori del Maestro, grottesco e surreale – si esplora un fenomeno mondiale, il deficit di conoscenza. Come accade esattamente? Dove si verifica? Ai margini o al centro delle nostre competenze? Marthaler e il suo storico collaboratore Graham Valentine cercano di scoprire se queste lacune sono individuali o se possono diventare di gruppo. Attraverso i risultati di test olfattivi e gustativi, verificano se questi difetti di conoscenza sono ereditari. E lo fanno con tutte le lingue e con tutte le voci. Con un accompagnamento musicale. Con quale strumento? Nessun’idea. Aucune idée sarà in scena al Teatro Politeama il 23, 24 e 25 settembre.


Teatro

LA MORTE E LA FANCIULLA

DI ARIEL DORFMAN
TRADUZIONE DI ALESSANDRA SERRA
CON MARINA SORRENTI, CLAUDIO DI PALMA, ENZO CURCURÙ
REGIA DI ELIO DE CAPITANI
SCENE DI CARLO SALA
LUCI DI NANDO FRIGERIO
PRODUZIONE FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – CAMPANIA TEATRO FESTIVAL, TEATRO DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE, TEATRO DELL’ELFO

CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA
12,13 GIUGNO
DEBUTTO

Un paese che ha appena raggiunto una fragile democrazia. Un avvocato, Gerardo Escobar, appena nominato a presiedere una commissione di indagine sui desaparecidos. Una donna, sua moglie Paulina Salas, ancora segnata dalle torture subite durante la dittatura. La loro casa isolata vicino al mare…
Una notte Gerardo ritarda, ha forato una gomma, uno sconosciuto si ferma e lo accompagna a casa. A notte inoltrata lo sconosciuto torna a bussare alla porta degli Escobar. E nel cortese dottor Miranda, Paulina crede di riconoscere il medico che l’ha torturata e stuprata sulle note di un quartetto di Schubert – La morte e la fanciulla – durante la prigionia. Paulina sequestra il dottor Miranda: vuole una confessione. Perché per sopportare la violenza della memoria, Paulina deve sperare in una liberazione. Che solo la parola del suo torturatore potrebbe darle. Perché l’angoscia del sopravvissuto è nel non poter dimenticare, ma anche nel vedere che gli altri dimenticano, rimuovono, non credono o non ascoltano più, come se si trattasse di un privato incubo notturno.
L’interrogatorio di Paulina dà luogo a un rovesciamento delle parti: i ruoli di vittima e di carnefice si ribaltano. L’uomo legato e imbavagliato sotto il tiro implacabile della donna subisce un processo sotto gli occhi del marito, chiamato a svolgere il ruolo di avvocato difensore del dottor Miranda e convinto all’inizio che, se la confessione sarà estorta, la verità continuerà a essere inafferrabile. Ma convinto anche che il sequestro di persona e quel giudizio sommario, celebrato in casa sua, screditeranno il lavoro della commissione e lui stesso come suo presidente, frenando forse irrimediabilmente la ricerca della verità. Sotto i suoi occhi, però, si andrà formando pian piano la consapevolezza insostenibile, oltre ogni sua immaginazione, di quello che sua moglie ha dovuto ripetutamente subire per non aver mai rivelato sotto tortura il suo nome, permettendo a lui di salvarsi e di sfuggire agli aguzzini.

LA RESISTENZA NEGATA

DI FORTUNATO CALVINO
REGIA FORTUNATO CALVINO
CON (O. A.)
CARLO DI MAIO (ARCANGELO ANZIANO)
MIRKO CICCARIELLO (NIPOTE/SASÀ)
IVANO SCHIAVI (MARIASOLE)
LUIGI CREDENDINO (LA CECATA)
IVANA MAIONE (CARAMELLA)
ROBERTA SERRANO (FILOMENA)
GREGORIO DE PAOLA (ARCANGELO GIOVANE)
ANTONELLA CIOLI (MADDALENA)                            
MUSICHE ORIGINALI ENZO GRAGNANIELLO
COSTUMI ANNAMARIA MORELLI
SCENOGRAFIA DI GILDA CERULLO CON GLI ALLIEVI DEL CORSO DI SCENOTECNICA DELL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI NAPOLI
TRUCCO FEDERICA MARINO IN COLLABORAZIONE CON “IPERURANIA ACADEMY”
ASSISTENTE ALLA REGIA PINA STRAZZULLO
SUONI ED EFFETTI MIRKOC
GRAFICA PAOLO FOTI
PRODUZIONE PROSPET PROMOZIONE SPETTACOLO

CAPODIMONTE, PRATERIE DELLA CAPRAIA
12, 13 GIUGNO

Testo teatrale originale incentrato su Arcangelo, partigiano a Napoli negli anni di resistenza che decide di raccontare al nipote la sua giovinezza in armi. Arcangelo è circondato da personaggi colti nella dimensione di napoletanità e legati a espressioni devozionali in una atmosfera della città partenopea che in quel contesto drammatico rimane la stessa Di sempre. Il tutto ben delineato dal ripensamento di tanti che hanno combattuto contro il nemico nazista in una lotta impari: uomini e donne storditi da sirene di allarmi, da esplosioni di bombe, sepolti vivi nei rifugi o nelle cantine; dall’evocazione di quanti sono morti e di quanti sono sopravvissuti alla prigionia e di quanti si sono armati e hanno combattuto per la libertà. Tanti ma soprattutto donne e femminielli come Mariasole e la Cecata quasi a rivendicare una nuova vita che si colora di romanticismo: Arcangelo e Mariasole si amano. Ma nell’ultima impresa Mariasole muore: il plot termina sul finale sacrificale e dota di connotati eroici il femminiello amante/amato.
LA GIURIA DEL PREMIO “CARLO ANNONI”
“È un’immensa soddisfazione che ricevi questo Premio. Per te ovviamente. Per la città. Per la nostra tradizione teatrale. Per essere essa esempio di apertura a valori essenziali dovunque minacciati. Anche per me se mi permetti di associarmi”. NINO DANIELE
ITALO MOSCATI “La “Resistenza negata” di Fortunato Calvino: lo conosco da anni di avanguardie, e anche sperimentazioni nella realtà, tra la sua meravigliosa gente napoletana. Ecco avanzare le quattro giornate di Napoli del 27 settembre 1943, racconto del ruolo (rimosso, suggerisce l’autore) che ebbero le donne e i femminièlli di Napoli nella lotta contro i tedeschi. Calvino è struggente e concreto, vive in mezzo ai suoi personaggi, li presenta con una calligrafia che sa di realtà e fantasie, corpo e anima. La guerra suda con le figure che l’autore sente al volo, prova dolore e amore. I corpi contano come le parole che si attaccano alla bocca e agli occhi, sono un paesaggio frastagliato, inquieto, fermo e agitato dagli eventi.


HEROIDES - LETTERE DI EROINE DEL MITO DELL'ANTICHITA' PRESENTE

UNO SPETTACOLO DI KOREJA
IN COLLABORAZIONE CON LE BELLE BANDIERE
DA HEROIDES DI OVIDIO E DA IMPROVVISAZIONI E SCRITTURE SCENICHE
ELABORAZIONE DRAMMATURGICA E REGIA ELENA BUCCI
COLLABORAZIONE ALLA DRAMMATURGIA E SGUARDO MARCO SGROSSO
CON GIORGIA COCOZZA, ANGELA DE GAETANO, ALESSANDRA DE LUCA, EMANUELA PISICCHIO, MARIA ROSARIA PONZETTA, ANĐELKA VULIĆ
MUSICHE ORIGINALI DAL VIVO GIORGIO DISTANTE
DISEGNO LUCI LOREDANA ODDONE
CURA DEL SUONO FRANCO NADDEI
COSTUMI ENZO TOMA
ASSISTENTE ALL’ALLESTIMENTO NICOLETTA FABBRI
TECNICI DI COMPAGNIA ALESSANDRO CARDINALE, MARIO DANIELE FOTO DI ILENIA TESORO
PRODUZIONE KOREJ
IN COLLABORAZIONE CON LE BELLE BANDIERE

MONTESARCHIO, PIAZZA UMBERTO I
13,14 GIUGNO

Ovidio immagina le eroine del mito intente a scrivere una lettera ai loro uomini, narrando di amore, abbandoni, tradimenti. Per la prima volta nella storia della letteratura siamo di fronte ad un romanzo epistolare dove le donne indirizzano il loro messaggio al silenzio e all’assenza dell’altro. La voce del poeta si intreccia alla loro per raccontare l’intero mito, ma anche per rivolgere una luce speciale e spesso ironica sul destino delle donne, sulle loro ingiuste sofferenze, sulle loro qualità̀ spesso ignorate, disilluse, sprecate. Lo fa con l’ironia dell’intelligenza e della creazione, la stessa che ha sorretto molte donne nel loro cammino, la stessa che fa degli artisti creature senza sesso e identità̀, votate a creare e a reinterpretare le storie e i personaggi più̀ diversi senza giudicare, ma cercando di comprendere. Seguendo il luminoso esempio di Ovidio che si fa medium di un coro spesso ammutolito dalla storia, diamo voce e corpo ad alcune eroine del mito, più̀ o meno famose come Fillide, Enone, Arianna, Canace, Fedra e Medea. Sono ironiche e tragiche allo stesso tempo, proprio come è la vita, sono le nutrici, le corifee, le amiche, le sorelle, le madri, le nonne, le zie e commentano, partecipano, cadono in contraddizione, giudicano, si ricredono, si commuovono, cambiano. Un’opera in musica, che ritrova canti antichi che risvegliano la sensazione del legame con la terra dove si nasce per allargare, poi, lo sguardo al mondo intero.

BACIAMI

(ISPIRATISSIMO A CLARICE LISPECTOR)
REGIA MATTIUZZI/ZANCO
CON PATRICIA ZANCO
MUSICA ANDREA CERA
LIVE MIXING/LIGHT LUCA SERAFINI
PRODUZIONE LA PICCIONAIA
SI RINGRAZIA PER LA COLLABORAZIONE IL TEATRO STABILE VENETO

CAPODIMONTE AREA MANIFATTURA DELLE PORCELLANE
13, 14 GIUGNO

Questa storia ha luogo in uno stato di emergenza e di calamità pubblica. Il filo che tiene sospeso il racconto è il destino e la lotta vitale. L’attrice si mette nei panni della scrittrice, che ha un’intensità̀ sovrumana, recalcitrante, riluttante e a sua volta è uno dei personaggi che popolano la vicenda, vicenda che sfugge a una normale trama per seguire il passo della creazione artistica. Non si tratta di una semplice narrazione, è innanzi tutto vita primaria che respira. Il suo discorso incerto e obliquo si traduce nel modo più̀ adeguato a dar voce a quelle “bocche balbettanti” che non riescono a protestare per la loro condizione di miseria e abbandono. Un funambolesco, disperato ma ironico tentativo di collegare i fatti che accadono a quel sentire profondo che da senso alla vita. È anche un fuoco contro l’autoritarismo del discorso dominante. È un estremo tributo all’immaginazione: a quella parte della vita della mente che è consacrata ad accogliere in sé l’immagine dell’altro e la sua storia, a girarle attorno fino al momento d’intravedere una minima variante del destino di tutti. Ognuno è lo specchio segreto di chi gli sta di fronte. Tiriamo fuori dal cono d’ombra una vicenda umile ma resistente che ha dell’epico. La protagonista non è seduttiva ma non se ne rende conto e continua a sublimare i suoi gesti quotidiani in rituali che hanno tratti di quotidiana regalità̀.


RIDIRE - PAROLE FARE A MALE

DI LUCA PERSICO
CON LUCA PERSICO (‘O ZULÙ), EDO NOTARLOBERTI, FRANCESCA DE NICOLAIS
MUSICHE EDO NOTARLOBERTI
COSTUMI RITA RUSSO
AIUTO REGIA ANNA CARLA BROEGG
SPAZIO SCENICO E REGIA PINO CARBONE
MANAGEMENT E DISTRIBUZIONE MICHELE MELE
CURA DELLA COMUNICAZIONE\RELAZIONI CON LA STAMPA ROSALBA RUGGERI
PRODUZIONE MUSICA POSSE SAS DI DIEGO MAGNETTA & C
IN COLLABORAZIONE CON PROGETTO NICHEL  

CAPODIMONTE CASINO DELLA REGINA
14 GIUGNO
DEBUTTO

Ridire è un reading, un concerto, una performance e uno spettacolo teatrale.
Qualcosa che nasce da una dimensione personale e che assume una dimensione collettiva in ogni affondo e in ogni sospensione, in ogni battuta e in ogni pausa.
Ridire nasce dall’esigenza della parola per diventare musica e poi tornare ad essere parola.
Nasce da un percorso e da un’esperienza maturata nel corso di decenni, dalla consapevolezza che gli artisti siano strumenti e voci per leggere la società e viceversa quanto la società abbia bisogno di artisti\chiavi di lettura.
1991< 2021: Trent’anni di visioni, di lotte, di inquietudini. Tre decenni di cambiamenti politici e sociali raccontati attraverso mutamenti artistici e personali.
La storia è quella di un artista, ‘O Zulù, Luca Persico, il frontman dei 99 Posse: la sua scrittura, la sua voce e il suo corpo in scena diventano un racconto universale, generazionale, sociale e politico.
Ridire è un viaggio tra le emozioni e i mutamenti. Un racconto che si srotola nella scrittura, come una strada lunga trent’anni. Parole, versi, questioni e motivazioni vanno a comporre una grande opera incompiuta e delineano il ritratto di un personaggio, la sua formazione, le sue battaglie.
In scena con Zulù il violinista Edo Notarloberti che percorre e reinterpreta i paesaggi sonori dell’intera storia. Un dialogo a tutti gli effetti al quale si aggiunge, con voce rotta e presenza infantile, Francesca De Nicolais che ha il compito di rompere la frontalità̀, portando la narrazione nello spazio scenico in via di allestimento sotto gli occhi del pubblico.
Tre ritmi, tre strumenti, tre linguaggi, un’unica voce.

IL SECONDO FIGLIO

UN PROGETTO DI GIANNI SPEZZANO, GENNARO DI COLANDREA E ADRIANO PANTALEO
REGIA E DRAMMATURGIA GIANNI SPEZZANO
CON GENNARO DI COLANDREA ADRIANO PANTALEO
PROGETTO SCENOGRAFICO VINCENZO LEONE
DISEGNO LUCI GIUSEPPE DI LORENZO
COSTUMI MARTINA PICCIOLA
AIUTO REGIA SALVATORE TESTA

CAPODIMONTE CASINO DELLA REGINA
16 GIUGNO
DEBUTTO

Davide, detto DODI, da ragazzino era il più̀ forte tra i quattro fratelli. DODI, il secondo figlio, era coraggioso, non aveva paura di niente. Poi il giorno del suo trentesimo compleanno si è ucciso. DODI era cambiato nel tempo, così, senza un vero motivo. Prima malinconico, poi triste, poi chiuso, poi isolato, poi depresso e poi morto.
DODI non c’è più̀ da 8 anni e la vita è andata avanti, la famiglia ha trovato una nuova forma, una forma deturpata da questa grande cicatrice. Una cicatrice che non si rimargina e che fa sanguinare il destino dei 3 fratelli che dalla morte di DODI non sono più̀ riusciti ad avere una vita felice. Oggi è il compleanno della “piccola”, la prima e unica figlia di Paolone, il primo figlio. Paolone sta preparando la sala con gli addobbi ma è tormentato dalla paura che la sua ex-moglie si presenti alla festa. Non è la benvenuta, non lo è più̀ da quel giorno in cui si schiantò con l’auto contro un albero con a bordo la bambina. Lo fece perché́ Paolone stava pensando di lasciarla e lei non poteva sopportare questo pensiero. Pino, il quarto figlio, è il primo ad arrivare per dare una mano. Pino è un ragazzo atarassico, niente lo tocca e dice quello che pensa senza troppi fronzoli. Pino aveva il sogno di andare a studiare cinema in America. Poi la morte di DODI ha cambiato i suoi piani. Pino quel giorno era con lui, sul ciglio del dirupo in cui si lanciò, Pino riuscì̀ ad afferrarlo ma non riuscì̀ a tenerlo. Quel giorno è morta anche una parte di lui, una parte che credeva nella felicità. Pino cucina la cocaina e guadagna bene, continua a mettere soldi da parte per un viaggio che non farà̀ mai. Anche Tony, il terzo figlio, ha il suo fantasma: ha perso il suo primogenito due anni fa, un bambino di 4 anni. Tony però ha deciso di affrontarlo in un modo o nell’altro. Tony è ossessionato dal mondo dell’aldilà̀. Cosa c’è dall’altra parte? Se ci fosse una prova da affrontare e suo figlio è lì solo e privo di risorse? Tony lo deve sapere. Un patto solenne con i fratelli gli vieta di togliersi la vita come fece DODI, per questo escogita un piano alternativo. Decide di indursi una NDE, una esperienza di pre-morte. Affacciarsi dall’altra parte e vedere. Solo così può̀ tornare a vivere. Per riuscire in questo obiettivo ha bisogno dell’aiuto di Pino, l’unico che può̀ mandarlo in overdose e rianimarlo, a suo modo Pino è un chimico esperto. La NDE si farà̀ dopo la festa, con o senza l’aiuto dei fratelli che spaventati dal gesto di Tony accettano di aiutarlo e tentare di tenere la situazione sotto controllo.
Tony si sottopone ad una esperienza di pre-morte. Quando fa ritorno dalla NDE è un uomo diverso. Purtroppo non ha incontrato il suo primogenito ma suo fratello DODI, il secondo figlio, che gli ha consegnato tre messaggi: uno per ogni fratello.
La messa in scena punterà̀ a far risaltare la struttura drammaturgica e porre l’attenzione sui messaggi e le dinamiche che racconta. Il lavoro con l’attore sarà̀ determinante, sia nella fase di analisi del testo che successivamente per la caratterizzazione dei profili psicologici dei personaggi. L’interpretazione del pensiero, dei meccanismi interni ad ogni personaggio, nelle pause del testo, sarà̀ la chiave per una messa in scena efficace che punta ad un forte impatto emotivo.
La scenografia, ideata da Vincenzo Leone, è essenziale e funzionale rispetto alle esigenze del testo, tutto ciò̀ che è superfluo viene eliminato, ogni oggetto è oggetto drammaturgico, ideato e utilizzato solo per il corretto svolgimento della narrativa.
I costumi sono affidati a Martina Picciola, mentre le luci a Giuseppe Di Lorenzo.
Tutto il cast artistico è composto da giovani artisti napoletani.


MIO FIGLIO SA CHI SONO

DI PAOLO COLETTA E SILVANA TOTÀRO
CON GEA MARTIRE
REGIA E MUSICHE PAOLO COLETTA
AIUTO REGIA SERENA MARZIALE
PRODUZIONE GOLDEN SHOW SRL
IN COLLABORAZIONE CON KOAN CONCEPT HOUSE

MONTESARCHIO, PIAZZA UMBERTO I
16 GIUGNO
DEBUTTO

Interno disabitato di un appartamento alto-borghese.
A un anno dalla morte del figlio avvenuta proprio in quella casa, Nicole torna per incontrare l’amico di una vita che inspiegabilmente l’ha convocata lì. I due si sono persi di vista dal giorno della tragica scomparsa del ragazzo.
L’uomo tarda ad arrivare, così dalle stanze vuote riaffiora il ricordo di un anno prima, quando la donna si era ritrovata costretta a condividere quelle stanze con il suo unico figlio.
Dopo un violento scontro, in cui apprese che il giovane sapeva tutto di lei, Nicole si convinse che il figlio la volesse ricattare rivelando al padre tutti i suoi segreti.
Ritorna così a quando aveva cominciato sin da bambina ad allenare il suo azzardo identitario, ricomponendo il puzzle di una vita attraversata con la freddezza di una giocatrice abituata a vincere.
Travestimenti, doppie e triple vite, la cultura come arma per essere inclusa, il sarcasmo corrosivo verso la retorica dei valori e dei sentimenti.
Ma c’è un nodo, un elemento che a poco a poco rischia di far saltare il banco: le parole pronunciate allora dal figlio la mettono a distanza di un anno di fronte a un dubbio. E se il ricatto fosse stata solo la proiezione di un suo desiderio? Un desiderio perverso, certo.
Di sicuro, la morte del figlio per overdose sembrò in quel momento restituire alla donna il suo equilibrio esistenziale.
In realtà, niente sarebbe stato più come prima.
Oggi, adesso, in quello stesso appartamento, l’amico di una vita per la prima volta si fa aspettare e sta facendo sempre più tardi.

DIVA

TRATTO DALLE LETTERE DI LILIANA CASTAGNOLA
DI CORRADO ARDONE
REGIA LARA SANSONE
CON RUBEN RIGILLO, LEOPOLDO MASTELLONI, LARA SANSONE, GINO DE LUCA, INGRID SANSONE, IVANO SCHIAVI, MASSIMO PELUSO, GIORGIO PINTO
SCENE FRANCESCA MERCURIO
MUSICHE PAOLO RESCIGNO
COSTUMI TERESA ACONE
DISEGNO LUCI LUIGI DELLA MONICA
PRODUTTORE CREATIVO SASÀ VANORIO
PRODUZIONE TRADIZIONE E TURISMO – CENTRO DI PRODUZIONE TEATRALE

CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA
16, 17 GIUGNO

È il tre marzo 1930. Napoli viene scossa dalla notizia della morte di una famosissima artista: Liliana Castagnola.
La celebre chanteuse viene ritrovata senza vita nella camera della pensione degli artisti Ida Rosa in via Sedil di Porto, laddove era solita soggiornare in città. Spregiudicata e fatale, incantevole e maledetta, alla lunga lista di flirt che riuscì a collezionare nella sua breve vita, figura anche Antonio de Curtis, in arte Totò.
Ma quest’ultimo non fu l’ennesima avventura, bensì il grande e forse unico vero amore della celebre artista i cui trascorsi, sempre in bilico fra cronaca rosa e nera, finiscono spesso sui giornali alimentando la sua leggenda di femme fatale.
L’incontro della esplosiva Liliana con Totò avvenne a Napoli nel dicembre del 1929. Recitavano in teatri diversi: lui al Nuovo, lei al Santa Lucia; e Liliana, in una serata di riposo della sua compagnia, andò ad assistere allo spettacolo del giovane comico. Poche parole, scambiate in camerino dopo la recita. La sera successiva, nel suo camerino, la cantante trovò un cesto di rose, con un biglietto dell’attore: «E’ con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia profonda ammirazione”. Rispose lei, con un altro biglietto: “Grazie, ma voglio ricordarvi che, quando queste meravigliose rose appassiranno, dovranno essere sostituite con altre. Sabato, al Santa Lucia, canterò per voi le mie più belle canzoni».
Fu l’inizio di un grande amore. La Castagnola ha 35 anni, troppi per il mondo spietato del Café Chantant; ha avuto molti amanti, relazioni importanti spesso sfociate in drammatici epiloghi, ma trova in de Curtis il compagno ideale. “Per te, per questo nostro grande amore”, insisteva lei “sono pronta anche a rinunziare alla carriera”. Ma probabilmente le parole appassionate della attrice non furono credute in pieno dal giovane comico, il quale decise di interrompere bruscamente la relazione. Il sentimento di lei è prepotente troppo impegnativo per lui tant’è che decide di accettare una scrittura con la compagnia Cabiria che lo avrebbe portato a lavorare a Padova.
Liliana prova ad incontrarlo ancora una volta, consapevole di non avere la forza di troncare quella relazione in cui ha riposto le aspettative di tutto il suo futuro.
Non ci riesce, allora indossa i suoi abiti migliori, si trucca e scrive una lettera appassionata al suo amore andato e decide di suicidarsi.
E’ in quella camera che Totò la troverà il mattino successivo. Conserverà per tutta la vita quella lettera ed un fazzoletto, sporco del suo mascara, sciolto con le lacrime di quella sera disperata.
Chiamerà la sua unica figlia Liliana. E farà seppellire le spoglie dell’artista nella cappella di famiglia.
A lei dedicherà questi versi:

«È morta, se n’è ghiuta ‘nparaviso! Pecchè nun porto ‘o llutto? Nun è cosa rispongo ‘a gente e faccio ‘o pizzo a riso ma dinto ‘o core è tutto n’ata cosa!»

Com’è morta Liliana Castagnola? Ma soprattutto chi era veramente? Il testo ne analizza la personalità, la vita d’attrice e di donna attraverso una presunta indagine ad opera di un maresciallo, che nell’ascoltare le testimonianze di coloro i quali ebbero modo di frequentarla ne disegnerà un profilo basato su cenni storici e cronache del periodo il più fedele ed accurato possibile.
Un viaggio attraverso un epoca, con i suoi eccessi e le sue censure, un mondo affascinante e misterioso quale quello degli artisti di varietà, le chanteuse che hanno scritto pagine indelebili nel mondo del Cafè Chantant.
Ma allo stesso tempo uno sguardo diverso sul Totò uomo, artista ancora
agli albori della carriera, che sarebbe poi diventato l’icona che conosciamo oggi.
Un percorso anomalo, dai toni noir che parla di costrizioni ed ostentazioni, di passione, di rancore e di pregiudizio, quel pregiudizio che probabilmente costò la vita alla giovane diva.


BLUMUNN

DI E CON MARINA CONFALONE
CAST IN VIA DI DEFINIZIONE
REGIA DI FRANCESCO ZECCA
UNA COPRODUZIONE C.A.S.A. / TEATRO DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE

CAPODIMONTE CASINO DELLA REGINA
18, 19 GIUGNO
DEBUTTO

UNA SERA ASCOLTANDO UN VECCHIO TANGO MI SONO ADDORMENTATO HO SOGNATO PINA BAUSH

DRAMMATURGIA E REGIA GIUSEPPE SOLLAZZO
CON MARIELLA AVELLONE, FORTUNA MONTARIELLO, BRUNELLO DE FEO, GABRIELE D’ACQUINO, NANDO DEL VECCHIO, GIUSI PALMISANI, MICHELE ROMEO,FLAVIA D’AIELLO, MARIELLA PANDOLFO, CRISTINA SICA, ANTONINO SCIALDONE, CHIARA DE GIROLAMO, LUCIANO COLONNELLO, ANTONIO TOMBERLI, ALESSIA TOMBERLI
ELEMENTI SCENICI MASSIMO NOTA
COSTUMI MELA DELL’ERBA

CAPODIMONTE PRATERIE DELLA CAPRAIA
18,19 GIUGNO
DEBUTTO

La pièce alla quale ci siamo ispirati è Kontakthof, un cult della produzione bauschiana, ma immerso in atmosfere partenopee. La drammaturgia attinge a più fonti. Da una parte le suggestioni ispirate all’immaginario della coreografa tedesca, dall’altra a frammenti della sua vita: dalla partenza per New York, all’infanzia nel ristorante dei genitori, ai rapporti con i danzatori. In scena agiscono attori e danzatori napoletani, ai quali si aggiungono interpreti non professionisti. Ognuno porta in dono allo spettacolo una parte del proprio mondo e della propria fragilità.


UN'ULTIMA COSA , CINQUE INVETTIVE , SETTEB DONNE E UN FUNERALE

DI E CON CONCITA DE GREGORIO
MUSICA LIVE ERICA MOU
REGIA TERESA LUDOVICO
SPAZIO SCENICO E LUCI VINCENT LONGUEMARE
CURA DELLA PRODUZIONE SABRINA COCCO
PRODUZIONE TEATRI DI BARI | RODRIGO

CAPODIMONTE CORTILE DELLA REGGIA
19 GIUGNO

Un’ultima cosa è un progetto a cui lavoro da molti anni senza sapere che fosse un progetto.
È una ricerca intima e personale che mi ha condotta nel corso della vita ad appassionarmi alle parole e alle opere di alcune figure luminose del Novecento – donne spesso rimaste in ombra, o all’ombra di qualcuno. Ho studiato il loro lessico fino a “sentire” la loro voce, quasi che le avessi di fronte e potessi parlare con loro. Ho avuto infine desiderio di rendere loro giustizia. Attraverso la scrittura, naturalmente, non conosco altro modo.
La prima è stata Dora Maar, la donna che piange dei quadri di Picasso, che mi accompagna fin da bambina. Poi sono venute Amelia Rosselli poeta, nell’adolescenza, Carol Rama e la sua ossessione artistica per il sesso motore di vita, Maria Lai che ha ricamato libri e tenuto insieme, coi suoi fili dorati, persone, paesi e montagne. Infine Lisetta Carmi, che – unica vivente – mi ha aperto le porte di casa sua e reso privilegio della sua confidenza. Di molte altre ho seguito le tracce nei decenni ma a queste cinque, in epoche diverse, ho dedicato un’orazione funebre immaginando che fossero loro stesse a parlare ai propri funerali. Loro che si alzano, di fronte alla platea lì riunita, e raccontano chi sono state o per meglio dire: chi sono e per sempre saranno.
Invettive, perché́ le parole e le intenzioni sono veementi e risarcitorie. Molto diverse nei toni e nel linguaggio perché́ ogni donna, naturalmente, è diversa. Ho usato per comporre i testi soltanto le loro parole – parole che hanno effettivamente pronunciato o scritto in vita – e in qualche raro caso parole che altri, chi le ha amate o odiate, hanno scritto di loro. Il risultato sono testi composti da un vocabolario proprio di ciascuna – la sua voce – ma di pura invenzione: ho immaginato che dicessero qualcosa che non hanno mai avuto il tempo, il modo di dire.
Ogni tanto mi è capitato di leggerne qualche brano a pochi amici, e solo quando Teresa Ludovico mi ha chiesto di ascoltarle tutte ho saputo che si trattava di un progetto, sì, per quanto sin lì inconsapevole e dettato da un personale bisogno. La drammaturgia è stato un lavoro di montaggio che dà vita a cinque quadri in successione: le donne prendono parola in scena, a teatro, subito prima di uscire di scena, nella vita. Come se un momento prima di sparire potessero voltarsi verso il pubblico: “Ah. Resta un’ultima cosa da dire”.
Ho chiesto a Erica Mou, una voce magnifica al servizio di una scrittura pura, di dare vita sul palco a un’anima infantile e arcaica insieme: i suoi canti popolari, le sue ninne nanne fanno da controcanto e accompagnano le ultime parole di queste cinque donne con le prime che una bambina sente quando viene al mondo. La lingua universale del dialetto cuce i destini e chiude il cerchio.

MEDEA PER ME

DI LINA SASTRI
DA EURIPIDE
CON
MEDEA: LINA SASTRI
GIASONE: IN DEFINIZIONE
CORIFEA: IN DEFINIZIONE
AL PIANOFORTE CIRO CASCINO
IDEAZIONE, RIDUZIONE E REGIA DI LINA SASTRI
PRODUZIONE SALINA S.R.L.

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
19 GIUGNO

In scena un pianoforte, un dipinto di Kokocinsky che rappresenta una madre e i suoi figli, un danzatore-Giasone, una corifea, Medea.
Ho pensato a questa edizione di Medea per Campania Teatro Festival 2021, partendo dal testo, che avevo ridotto da Euripide, attingendo a varie traduzioni, essenzializzandolo, alcuni anni fa, perché è da tempo che volevo farlo
Scoprii già in quella occasione la modernità sorprendente delle parole di Euripide e la profondità assoluta della sua conoscenza dell’animo umano
Medea è una grande storia di amore e di morte, una storia anche di identità offesa e vilipesa, di umiliazione, di solitudine…, Medea è una straniera in terra straniera, ormai senza patria…. di abbandono, di orgoglio ferito non solo e non semplicemente dal tradimento amoroso, ma dal tradimento anche sociale, di orgoglio calpestato e umiliato, e infine, di grande, immenso e insanabile dolore.
Nessuno vince, lo strazio è l’unico sentimento che alla fine resta.
Forte l’impatto emozionale della storia e delle parole.
Nella tragedia greca non ci sono azioni, le parole sono azioni, i fatti avvengono fuori dalla scena.
Ho pensato a Medea, che parla con la corifea, che rappresenta il popolo, e quindi il pubblico, e a lei svela il suo animo, i suoi propositi, la sua follia, il suo feroce dolore.
Ho pensato a Giasone, che è la seduzione, che l’ha condannata alla sua infelicità amorosa, interpretato da un danzatore, e quindi, il corpo, il sesso, la passione, e infine la vendetta e il dolore, espressi dalla danza, quindi dal corpo, braccia, gambe, musica, danza.
Ho pensato alla musica, che è contrappunto lirico e colonna sonora dei vari momenti della vicenda.
E sarà una musica che nulla ha a che fare con la antica Grecia, credo, perché la musica è universale, ma toccherà temi musicali vicini ai contenuti della vicenda, amore, passione, vendetta, odio, follia, dolore.
E infine, ho pensato al pubblico, come l’altro, il testimone, che assiste e condivide, e voglio farlo partecipare alla vicenda concretamente insieme al coro, che lo rappresenta, e che è rappresentato dalla corifea.
Ho rinunciato a tutto il resto. Ho lasciato il necessario.
Dietro e su tutto, il mare, perché tutto avviene su una isola, circondata dal mare.
Lina Sastri


SPOSERO' BIAGIO ANTONACCI

DI E CON MILENA MANCINI
REGIA VINICIO MARCHIONI
ORGANIZZAZIONE TOMMASO DE SANTIS
PRODUZIONE ANTON ART HOUSE

CAPODIMONTE CORTILE DELLA REGGIA
20, 21 GIUGNO
DEBUTTO

Come può l’anima sopravvivere quando muore molto prima del corpo?
Sibilla Aleramo

Come può una donna sopravvivere alla violenza domestica?
La musica, i romanzi a lieto fine, un matrimonio immaginario sono l’ancora di salvezza di una casalinga “comune”. Con ironia, semplicità e schiettezza a volte disarmante, la donna ripercorre la storia della sua vita, rintanata in casa, alla ricerca di una colpa che non esiste.
Un’ora di vita affannata, tra le mansioni domestiche e pensieri sul passato, nel disperato tentativo di giustificare il suo adorato Barbablù.
La violenza di genere viene trattata attraverso il racconto di una donna normale: gli affetti, il compagno, le aspirazioni, i sogni infranti e quelli mai sfumati.
Vitale e generosa, la donna racconta la storia della propria vita e la agisce; una vita spezzata da un uomo, come capita ogni giorno nell’indifferenza generale.
Il sogno di sposare un cantante popolarissimo è il pretesto per trattare un tema tragicamente sotto gli occhi di tutti, ben lontano dall’essere risolto; solo alla fine capiremo dov’è, a chi sta parlando e perché.
Uno spettacolo per riflettere: non può essere normale che una donna venga uccisa, molestata, o costretta a subire qualsiasi forma di violenza da uomini indegni di essere chiamati tali.

PARTO E TIENIMI LA MANO CHE SOFFRO MENO

DI FRANCESCO FERRARA
REGIA GABRIELE RUSSO
CON ANDREA LIOTTI, ARIANNA SORRENTINO, CHIARA CELOTTO, CLAUDIA D’AVANZO, ELEONORA LONGOBARDI, LUIGI LEONE, LUIGI ADIMARI, MANUEL SEVERINO, MARIA FRANCESCA DUILIO, MICHELE FERRANTINO, ROSITA CHIODERO, SALVATORE CUTRÌ, SALVATORE NICOLELLA, SIMONE MAZZELLA
SCENE ROBERTO CREA
DISEGNO LUCI SALVATORE PALLADINO
PROGETTO SONORO ALESSIO FOGLIA
AIUTO REGIA SALVATORE SCOTTO D’APOLLONIA
PRODUZIONE FONDAZIONE TEATRO DI NAPOLI – TEATRO BELLINI

CAPODIMONTE GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
22, 23 GIUGNO
DEBUTTO

Nel nostro lavoro nascono suggestioni ed idee che restano da qualche parte a sedimentare, in attesa di essere tirate fuori. Parto è uno di quei casi. Tre anni fa, mentre con lo stesso gruppo di giovani attori, attraverso il processo di scrittura scenica cominciato con Francesco Ferrara, lavoravamo alla creazione di altri spettacoli, spesso ci accadeva di scivolare nel vasto panorama di temi che attengono al mondo dei media e della comunicazione; nel frattempo social, fake news, tv spazzatura ed ancora reality, streaming e piattaforme digitali sono diventati argomenti che ci toccano costantemente, che condizionano e determinano il nostro modo di guardare la realtà o di vivere la vita. Mezzi e strumenti che ci mettono in crisi due volte, come cittadini e nel nostro caso anche come teatranti, oggi più che mai chiamati a riflettere sulle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Chiamati, forse, ad una vera e propria resistenza di specie. Con Parto abbiamo il nostro sguardo si concentra in particolare sul mondo dei reality e quello connesso dei social per la loro (apparente) mancanza di una forma preorganzzata, perché i suoi partecipanti sono (apparentemente) senza filtri. Perché nell’epoca delle piattaforme digitali, dello streaming e delle serie, gli altri mezzi di trasmissione dello spettacolo si arrangiano come possono, ricercando format sempre più inusuali e idee sempre più estreme, gli show televisivi provano a tenere il passo, deflagrando in tutte le derive dei talk, dei varietà e dei reality nel tentativo di soddisfare le più sopite e morbose curiosità di un pubblico al quale basta un tocco sul proprio smartphone per sentire appagato il più recondito desiderio.
Di fatto, alcuni moderni show oltrepassano il limite della curiosità per precipitare in una rapida discesa tesa al particolare più scabroso, più brutale, più scioccante, fino a sfociare letteralmente nella violenza: vengono condivise sugli schermi le malattie imbarazzanti, la disposofobia, l’obesità, la sessualità, la morte. Siamo tutti protagonisti e produttori di contenuti, siamo tutti attori, ed è forse questo uno dei motivi di crisi del nostro lavoro? Cosa fa la differenza fra un attore ed una qualsiasi altra persona che pubblica un video su un social? Perchè vogliamo essere tutti protagonisti, a costo di mettere in gioco anche gli aspetti più intimi e dolorosi della nostra vita?
Ci porremo queste domande raccontando un reality televisivo all’interno del quale una giovane mamma partorirà il suo primo figlio in diretta, seguiremo l’intero processo della gravidanza, ascolteremo le testimonianze dei parenti in studio e quelle di critici, dottori ed esperti di varia natura.
Lo show, che inizialmente si presenta non diverso da ciò che vediamo in televisione e a cui siamo abituati, diventa ogni momento più inquietante, grottesco, politicamente scorretto, allo stesso tempo esilarante e rivoltante.
Facendo pedale su una continuità di linguaggio, iniziata con “Ritratto di Uno di Noi” e continuata ne “Il Tempo Orizzontale”, il gruppo “Senza Rete” presenta il terzo capitolo di una progettualità nata e cresciuta nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.


IL MILITE IGNOTO

DI ELENA COSTA
REGIA LUCA BRIGNONE
CON MICHELE ROSIELLO, ROBERTO CACCIOPPOLI
PRODUZIONE FLIM FLAM

22, 23 GIUGNO
CAPODIMONTE, CASINO DELLA REGINA
DEBUTTO

RISATE DI GIOIA STORIE DI GENTE DI TEATRO

UNO SPETTACOLO E PRIME RIPRESE PER UN DOCUMENTARIO
DA UN’IDEA DI ELENA BUCCI
PROGETTO, ELABORAZIONE DRAMMATURGICA E INTERPRETAZIONE ELENA BUCCI E MARCO SGROSSO
DISEGNO LUCI LOREDANA ODDONE
DRAMMATURGIA E CURA DEL SUONO RAFFAELE BASSETTI
RIPRESE VIDEO E MONTAGGIO STEFANO BISULLI
SCENE E COSTUMI NOMADEA CON LA CONSULENZA DI URSULA PATZAK
ASSISTENTE ALL’ALLESTIMENTO NICOLETTA FABBRI

CAPODIMONTE CORTILE DELLA REGGIA
24, 25 GIUGNO
DEBUTTO

Un giovane attore pesta i piedi e con rabbia chiede: perché non posso vedere gli spettacoli belli del passato? A questa domanda noi ne aggiungiamo altre: perché non possiamo essere presenti alle prove di Eleonora Duse? Quali erano fascino e miserie degli attori ottocenteschi, i gesti e la voce degli attori dell’antica Grecia? Come recitavano gli illustri istrioni della Commedia dell’Arte che capovolgevano il mondo? Potremmo vedere per un attimo, solo per un attimo, Goldoni che osserva i suoi attori, Molière che scrive, Cechov seduto in fondo alla platea Teatro d’Arte di Mosca, una sala affollata al lume di candela? Anche noi pestiamo i piedi, come gli innamorati abbandonati, come gli archeologi perduti tra le rovine, come la gente di teatro privata del teatro. Così il nostro desiderio diventa progetto, spettacolo, documentario, scrittura: una visione molto personale, anche se supportata dai radi documenti, che speriamo possa parlare a tutti. In queste domande, accorate, appassionate, illogiche, è racchiuso il senso di questo lavoro, che si incastona in una sequenza di altri nostri spettacoli che già hanno indagato l’arte del teatro dal punto di vista di chi lo pratica, a partire da La pazzia di Isabella – vita e morte dei Comici Gelosi, passando per Non sentire il male – dedicato a Eleonora Duse, per arrivare a Bimba – inseguendo Laura Betti e poi a All’antica italiana, ispirato dai testi de ‘Il teatro all’antica italiana’ di Sergio Tofano, ‘Antologia del grande attore’ di Vito Pandolfi e dalle tante biografie, autobiografie e lettere di molte artiste e artisti di teatro. Anche da questi materiali trae ispirazione Risate di gioia.
Lo spettacolo, al quale si affiancheranno durante le prove anche le riprese per un breve documentario, fa parte di un disegno più ampio che comprende anche i progetti Archivio vivo e All’antica italiana, entrambi rivolti allo studio, alla documentazione e al racconto della storia delle arti a partire dalle testimonianze degli stessi artisti.
Da diversi anni stiamo riordinando l’archivio cartaceo, fotografico e audio video della compagnia. Il denso materiale ha acuito il desiderio di raccontare una storia ricca di progetti e spettacoli, ma anche di incontri, a partire da quello, fondamentale, con il nostro maestro, Leo de Berardinis. E’ un racconto che pare a tratti inventato per le sue imprevedibili bellezze e asperità, proprio come quelli che stiamo registrando dalla voce di molti compagni di lavoro: parla di spazi ritrovati, collaborazioni magiche, ascolto e trasformazione dei luoghi, fino ad arrivare alla vivida stranezza del presente, che ci rende testimoni di un cambiamento che siamo chiamati a documentare. Abbiamo iniziato un percorso di montaggio di vecchi materiali audio video, di riprese di luoghi, di interviste ad artisti del teatro, ma anche di riprese relative ad altre arti e mestieri in cerca delle condizioni per continuare ad esistere con grazia.
Questo lavoro ha dato origine ad un sito, a un archivio in parte visibile al pubblico e a una serie di brevi documentari, ai quali si aggiungerà quello realizzato a partire dalle prove di questo spettacolo.


SESTO POTERE NASCITA DI UNA DEMOCRAZIA VIOLATA DALL'ODIO , DAL DENARO E DALLA VENDETTA

SCRITTO E DIRETTO DA DAVIDE SACCO
CON GIANLUCA GOBBI
CAST IN DEFINIZIONE
PRODUZIONE LVF E FONDAZIONE TEATRO DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE DEL MEDITERRANEO
IN COLLABORAZIONE CON ASTI TEATRO

CAPODIMONTE PRATERIE DELLA CAPRAIA
26 GIUGNO
DEBUTTO

Dopo il quarto potere della stampa e il quinto potere della televisione, un sesto potere, molto più̀ sottile, molto più̀ infimo, che scivola tra gli smartphone, nelle notifiche Facebook e nelle stories su Instagram. Un potere invisibile, come è sempre invisibile chi lo comanda ed è sempre ignoto il perché́ lo fa. Un pericolo nelle nostre mani, costante, un lavaggio del cervello continuo, forse, un potere da cui nessuno di noi può̀ più̀ scappare.
In un garage chissà̀ dove tre ragazzi lavorano per il partito di destra: creano fake news per manipolare la campagna elettorale. È l’ultima sera prima del silenzio elettorale e i sondaggi sono a loro favore, ma quando Max Malosi, un giornalista molto seguito, distrugge in diretta il vicesegretario del partito, crollano drasticamente.
I ragazzi capiscono che l’unico modo per riportare la situazione a loro favore non è più creare false notizie sulla sinistra, ma screditare direttamente il giornalista. In pochi minuti investono migliaia di euro e mettono in rete la notizia che Malosi ha preso dei soldi dalla sinistra per pilotare la campagna elettorale.
I ragazzi esultano quando il presidente di rete sospende la trasmissione di Malosi. Hanno raggiunto il loro obiettivo. Ma hanno anche finito il budget.
I tre ragazzi sono molto diversi tra loro: uno è mosso da rabbia, ardore politico, un altro fa questo lavoro solo per soldi, il terzo sembra avere per Malosi un odio personale.
Quando gli hacker si accorgono di aver esaurito il budget, iniziano a discutere pesantemente tra loro, fino a prendere la decisione che dovrà̀ essere proprio il giornalista a risarcirli.
In una pausa pubblicitaria lo raggiungono telefonicamente e lo ricattano.
Malosi paga. Gli hacker festeggiano. Il loro compito è finito. Nel garage rimane solo il terzo ragazzo. Lui conosceva bene la figlia di Malosi, una ragazza che si è suicidata pochi anni prima. E adesso vuole vendicarsi. Sa che il potere delle notizie che hanno creato è più̀ forte di qualsiasi verità̀. Così richiama il giornalista e lo mette di fronte all’ultima, grande scelta della sua vita. O si ucciderà̀ in diretta o metterà̀ in rete la notizia che violentava sua figlia.
Adesso anche il suo compito è finito. Il ragazzo va via dal garage senza vedere cosa sceglierà̀ di fare Malosi.

PEPPE DIANA . IL CORAGGIO DI AVERE PAURA

DI GAETANO LIGUORI E CIRO VILLANO
DIRETTO DA GAETANO LIGUORI
CON CIRO LIUCCI
CON LA PARTECIPAZIONE DI CIRO ESPOSITO
CON ALTRI 20 ATTORI IN SCENA
E CON LA PARTECIPAZIONE IN VIDEO DI VALERIO TAGLIONE
RESP. COMITATO DON PEPPE DIANA
RENATO NATALE SINDACO DI CASAL DI PRINCIPE
AUGUSTO DI MEO TESTIMONE DELL’OMICIDIO DI PEPPE DIANA, LA SUA TESTIMONIANZA HA RESO POSSIBILE L’ARRESTO DEI RESPONSABILI
PRODUZIONE COMPAGNIA DELL’ACCADEMIA DEL TEATRO TOTÒ
SCRITTO DA GAETANO LIGUORI E CIRO VILLANO, CON I CONTRIBUTI VIDEO DI GENNARO SILVESTRO, LO SPETTACOLO VEDE PROTAGONISTI CIRO LIUCCI E ALTRI 20 ATTORI DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI TEATRALI DEL TEATRO TOTÒ, CON LA PARTECIPAZIONE DEL BRAVISSIMO CIRO ESPOSITO, DIRETTO DA GAETANO LIGUORI.

CAPODIMONTE GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
28, 29 GIUGNO

L’Accademia delle Arti teatrali del Teatro del Totò, dalla quale provengono in massima parte gli attori dello spettacolo è da sempre impegnata nel completare, affrontando tematiche sociali come queste, non solo il percorso artistico dei giovani ma soprattutto quello umano e di vita.
Tematiche sociali, argomenti formativi per i giovani attori che il teatro Totò negli anni ha già affrontato con gli spettacoli: Scetate Maestà ambientato durante la rivoluzione napoletana del 1799, ’O juorno ‘e San Michele di Elvio Porta dove si affrontava la questione meridionale e Al di là del mare per non dimenticare dove si puntavano i riflettori sul femminicidio, tema quanto mai attuale negli ultimi tempi.
Siamo nella chiesa di San Nicola a Casal di Principe, sono le 7:25 del 19 Marzo 1994 è San Giuseppe. Don Peppino Diana dirà messa molto presto quella mattina, poi si recherà ad Aversa all’ITIS A. Volta dove insegna.
Per il pomeriggio i suoi amici gli hanno preparato una piccola festa per il suo onomastico, ma quella festa e quella messa annunciata per le 7:30 non saranno mai celebrate. I killer della camorra spezzeranno la sua vita con quattro colpi di pistola sparati a bruciapelo con rara ferocia in pieno viso. Peppino tre giorni prima della sua morte, era stato interrogato in procura sui rapporti d’affari tra politica e camorra. Solo qualche mese prima aveva organizzato una fiaccolata anticamorra che aveva coinvolto però solo poche persone. Aveva firmato un documento di denuncia contro la malavita organizzata, si dava da fare per aiutare gli extracomunitari, lavorava con una comunità che si occupava dei tossicodipendenti e seguiva con passione il gruppo dei giovani scout. Un prete molto scomodo quindi, per chi fa del malaffare una regola di vita.
Ecco perché muore a soli 36 anni Don Peppe. Voleva educare i giovani alla legalità, al rifiuto della convivenza con la camorra ed al suo sistema di potere. Probabilmente questa azione civica quotidiana gli è costata la giovane vita. Ecco quindi che il modo migliore per rendere onore alla sua memoria ci è sembrato quello realizzare uno spettacolo teatrale che ci parlasse di lui, della sua vita, dei suoi dilemmi, dei tanti dubbi che Don Peppe aveva avuto anche sull’atteggiamento della stessa chiesa nei confronti dei camorristi.


LA ROSA DEL MIO GIARDINO

DRAMMATURGIA DI MARIO GELARDI
DA UN TESTO DI CLAUDIO FINELLI
CON SIMONE BORRELLI – DALÌ
ALESSANDRO PALLADINO – LORCA
MUSICHE ORIGINALI ESEGUITE DAL VIVO DA ARCANGELO MICHELE CASO
COREOGRAFIE DI DANILO DI LEO
LUCI ALESSANDRO MESSINA
SCENE E COSTUMI RACHELE NUZZO
REGIA DI MARIO GELARDI
PRODUZIONE NTS’|NUOVO TEATRO SANITÀ PRESENTA

CAPODIMONTE, CASINO DELLA REGINA
29, 30 GIUGNO
DEBUTTO

«Siamo due spiriti gemelli. Ecco la prova: sette anni senza vederci e abbiamo coinciso in tutto come se parlassimo tutti i giorni. Grande, grande Salvador Dalí.
(Fedrico Garcia Lorca)

È il 1923. Alla Residencia de Estudiantes, famoso collegio a Madrid che ospitava rampolli dell’alta borghesia spagnola, arriva un giovane impacciato, con l’aria un po’ trasognata e l’aspetto singolare. Ha diciotto anni e fa il pittore. Il suo nome è Salvador Dalí.
Il giovane attira subito l’attenzione di un poeta di poco più̀ grande di lui e molto in vista alla Residencia: Federico Garcia Lorca. Tra i due nasce subito un’amicizia fatta soprattutto di intesa intellettuale. Sono spiriti affini che vedono il mondo con gli stessi occhi.
È difficile dare un nome al tipo di rapporto che univa i due artisti. Di fatto, non si hanno prove di una vera e propria relazione romantica tra loro.
Lasciata la scuola inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta Della fitta corrispondenza tra loro.
Lorca, invece, scrisse la celebre Ode a Salvador Dalí, dove è ben chiaro l’affetto che provava per l’amico e l’ammirazione per il suo genio artistico.
Lo definisce appunto, “rosa del giardino”.
Lasciata la scuola inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta. Della fitta corrispondenza tra loro sono sopravvissute quaranta lettere scritte dal pittore a Lorca, mentre sono rimaste solo sette lettere di Lorca a Dalì. La spiegazione sembra si trovi in un certo atteggiamento ostile nei confronti di Lorca sia da parte della sorella di Dalì.
Mario Gelardi e Claudio Finelli, partendo dalle lettere ritrovate di Salvador a Federico, hanno immaginato le lettere in risposta del poeta all’amico pittore. Poesia, pittura, amicizia, sentimenti che sfiorano l’amore, in un rincorrersi di parole e disegni. Nove anni di lettere reali e immaginarie.
Abbiamo voluto lasciare inalterata la separazione (anche fisica) tra i due artisti, mai diventato vero amore così come agognato da Lorca. Le lettere di Dalì, inviate all’amico, ci raccontano di un rapporto cinico che si scontrava con una disperata ricerca d’amore.
La messa in scena è essenziale, le lettere vengono restituite nella loro purezza, accompagnate dalla struggente musica del maestro Arcangelo Michele Caso. L’ultimo incontro, l’ultimo ballo tra i due segna la fine di un’amicizia, forse di un amore, sicuramente la fine di una vita.

MUSEO DEL POPOLO ESTINTO ( OVVERO CARNACCIA)

SCRITTURA, PROGETTO SCENICO, REGIA ENZO MOSCATO
CON BENEDETTO CASILLO, CRISTINA DONADIO, LALLA ESPOSITO, ENZO MOSCATO
E CON SALVATORE CHIANTONE, TONIA FILOMENA, AMELIA LONGOBARDI,
EMILIO MASSA, ANITA MOSCA, ANTONIO POLITO
SCENE E COSTUMI TATA BARBALATO
LUCI CESARE ACCETTA
MUSICHE DIMOMOS
ASSISTENTE ALLA REGIA ANITA MOSCA
FONICA TERESA DI MONACO
ORGANIZZAZIONE CLAUDIO AFFINITO
PRODUZIONE FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL E COMPAGNIA TEATRALE ENZO MOSCATO/CASA DEL CONTEMPORANEO

CAPODIMONTE, PRATERIE DELLA CAPRAIA
29, 30 GIUGNO
DEBUTTO

Perché meravigliarsi o chiedersi il senso di questo titolo: “Museo del Popolo Estinto”?
In fondo, tutta la mia drammaturgia, fin dall’inconscio degli esordi, è stato un continuo e, via via, più consapevole mettere insieme, elementi e frammenti per la messa a punto e la visione della progressiva, ma inarrestabile estinzione, di popolo e cultura, della “gens neapolitana” all’interno di uno specifico, crudelissimo “Museo” – il Teatro, appunto – che nell’esporre la nuda verità, sia pure in forme immaginifiche e simboliche, non è e non può essere mai, reticente o connivente con ciò che viene detto il degrado.
Composto allora di vari frammenti testuali, autonomi, e nello stesso tempo, interdipendenti tra di loro, il plot, narra – de narrativo, dello spettacolo, di questo intende farsi carico: della negatività e il debordo, noir, civile, storico, estetico, morale, di cui l’odierna città di N.* (e, con essa, quasi tutte quelle dell’universo mondo) si sono lasciate con indolenza investire, negli ultimi tempi, ammalandosi, impestandosi. E lo fa, (ancora una volta, con l’ausilio scritturale dell’autorevole voce di Antonin Artaud) dispiegando, tra sintagmi e fonemi, significati e significanti, una sinistra, respingente, ma necessaria fascinazione: quella che proviene, non so, dalla visione obbiettiva della putredine e il male odore, di un corpo cittadino (fatto di pietre e sangue, di massi e di carni, di frasi e di silenzi) che un tempo fu propositivo e glorioso. E che oggi, forse, si potrebbe paradossalmente ancora sanare, salvare, ri-vivificare, MA SOLO ATTRAVERSO l’andare e il venire in noi della MEMORIA, (o della SOSTANZA del TEATRO). Che dovrebbe eticamente avere l’osare di una PAROLA NUOVA (o, almeno il suo tentativo) la quale ponga finalmente le premesse per uno sperabile e prossimo e perdurabile, risolutivo “RESURGAM” di tutti quanti: UOMINI, ANIMALI E COSE, insieme.
Enzo Moscato


RIGOLETTO LA NOTTE  DELLA MALEDIZIONE

UN PROGETTO DI MARCO BALIANI
CON I FILARMONICI DI BUSSETO
CLARINETTO SIMONE NICOLETTA
CHITARRA GIAMPAOLO BANDINI
FISARMONICA CESARE CHIACCHIARETTA
CONTRABBASSO ANTONIO MERCURIO
PERCUSSIONI ROGER CATINO
MUSICHE DI GIUSEPPE VERDI, NINO ROTA, CESARE CHIACCHIARETTA
PRODUZIONE SOCIETÀ DEI CONCERTI DI PARMA
IN COLLABORAZIONE CON TEATRO REGIO DI PARMA DISTRIBUZIONE PARMACONCERTI

CAPODIMONTE, CASINO DELLA REGINA
29 GIUGNO

Rigoletto è un monologo, quindi per farlo c’è bisogno di un personaggio in carne e ossa, spirito e materia. È uno dei motivi che mi ha spinto a quest’altra impresa. Poter rivestire per una volta la pelle di un altro e starci dentro dall’inizio alla fine: è una gioia particolare per me che in scena da narratore non ho mai la possibilità̀ di calarmi interamente nelle braghe di chicchessia, sempre devo stare vigile a controllare e dirigere l’intero svolgersi della vicenda. Quando invece dirigo altri attori, loro sì, sono personaggi e li invidio sempre un po’, perché́ so che vuol dire poter essere un altro fisicamente e spiritualmente, una sensazione di pienezza, aver generato un altro avvicina noi uomini al mistero della duplicazione femminile.
La proposta fattami dal Teatro Regio di Parma di occuparmi, a mio modo, di una “rilettura” di un’opera di Verdi in cartellone nella stagione, la potevo facilmente risolvere con un bel reading, lettura più̀ musica e via così. Ma volevo rischiare di più̀, come sempre mettermi in gioco, senza appoggiarmi al già̀ saputo, senza occhiali e leggio.
Mi son detto che era l’occasione buona per osare un personaggio e incarnarlo, dopo tanto tempo, tornare a mettere mano a tutte le cose che ho imparato strada facendo sul mestiere antico dell’attore e provare a costruirci sopra un testo scritto, un bel canovaccio su cui giorno dopo giorno, provando, creare un dire per niente letterario, ma concreto, materico. Compreso il trucco in faccia e il costume preso in prestito nei depositi del teatro Regio, appartenuti ai tanti Rigoletti passati da quelle parti.
La seconda motivazione è stata la mia passione per gli esseri del circo, ma quei circhi piccoli, non eclatanti, non amo i “soleil” circensi fatti di effetti speciali e artisti al limite della robotica per la bellezza scultorea e bravura millimetrica del corpo. No, preferisco la rozzezza faticosa ma meravigliosa di quei circhi dove chi strappa i biglietti te lo ritrovi dopo vestito da pagliaccio e il trapezista sa anche fare giocolerie, esseri nomadi, zingarescamente affamati di vita, mi prende uno struggimento totale quando varco quei tendoni, a percepire la fatica quotidiana di un vivere precario ma impeccabile. Volevo fare un omaggio alle cadute, alle sospensioni, alle mancanze di appoggi.

LA METAMORFOSI DI NANNI

UNO SPETTACOLO MUSICALE DI BARBARA NAPOLITANO
CON LELLO ARENA, GIOVANNI BLOCK, GIORGIA TRASSELLI, MASSIMO ANDREI, ANNARITA FERRARO, ADRIANO FALIVENE
LUCI SANDRO CAROTENUTO
COSTUMI ANTONELLA MANCUSO
COREOGRAFIE ROSARIO CAMPESE
MUSICHE DI GIOVANNI BLOCK
ESEGUITE IN SCENA DA ROBERTO TRENCA, LORENZO CAMPESE, LUCA AMITRANO
PRODUZIONE UPSIDE

CHIOSTRO DEL DUOMO DI SALERNO
1 LUGLIO
DEBUTTO

Scritto da Barbara Napolitano e musicato da Giovanni Block. Uno spettacolo in cui la realtà̀ si servirà̀ di ERNESTO, un rappresentante di commercio, per far valere le sue ragioni. La fantasia, invece, deciderà̀ di farsi rappresentare, come al solito incautamente, da NANNI un mercante di storie.



BUFALE E LIUNE

DI PAU MIRÓ
TRADUZIONE E ADATTAMENTO ENRICO IANNIELLO
REGIA GIUSEPPE MIALE DI MAURO
CON FRANCESCO DI LEVA, ADRIANO PANTALEO, GIUSEPPE GAUDINO
E DUE ATTRICI DA DEFINIRE
UNO SPETTACOLO DELLA COMPAGNIA NEST
SCENE LUIGI FERRIGNO
COSTUMI GIOVANNA NAPOLITANO
GRAFICA E FOTO DI SCENA CARMINE LUINO ORGANIZZAZIONE CARLA BORRELLI E VALERIA ZINNO UFFICIO STAMPA VALERIA AIELLO
UNA PRODUZIONE DIANA ORI.S / NEST NAPOLI EST TEATRO

CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA
2, 3 LUGLIO

Era da tempo che pensavamo come Compagnia di affrontare la drammaturgia di Pau Mirò, ne avevamo parlato spesso con Enrico Ianniello e tramite lui avevamo letto alcuni testi, poi un giorno Enrico ci ha detto: “Ho un testo perfetto per voi ma mi dispiace farvelo leggere perché avrei voluto tanto farlo io, solo che è proprio il testo vostro.” Dopo averlo letto, abbiamo capito cosa intendeva: Bufale e Liùne sembra scritto per noi. L’adattamento di Enrico ha fatto il resto. È la storia di una famiglia proprietaria di una lavanderia nel cuore di San Giovanni a Teduccio, nella periferia est di Napoli, che vive nel ricordo di un fatto tragico avvenuto molti anni prima: la perdita di un figlio.
La bellezza della scrittura di Pau Miró consiste nel non voler mai sciogliere il nodo dell’ambiguità, sia della storia che dei personaggi che la vivono e la attraversano con il loro carico di delusioni, angosce e collera.
Pau Mirò ha scritto una trilogia su questa famiglia che ha messo in scena con grande successo in Spagna e in Francia in forma di tre spettacoli a se stanti. Noi, invece, abbiamo proposto a Pau, in collaborazione con Enrico Ianniello, di unire due di questi tre testi facendolo diventare un unico testo con due forme diverse di messa in scena: un breve prologo iniziale in forma monologante in cui i cinque personaggi racconteranno al pubblico ciò che è avvenuto alla famiglia in passato per poi far partire l’azione scenica che racconterà il presente.
Ed è qui che la commedia assume addirittura delle sfumature da giallo metropolitano quando un ragazzo si presenta nella lavanderia in piena notte con una camicia sporca di sangue chiedendo di poterla lavare. La faccenda si complicherà quando il giorno dopo arriverà in lavanderia anche un commissario per indagare su quanto accaduto e la famiglia scoprirà che nella notte è stato accoltellato a morte una persona del quartiere.
I personaggi di Pau Mirò vivono per dire più che per specificare e questo li rende incredibilmente teatrali nella loro semplicità, accompagnati da una lingua che a tratti si fa divertente mentre la trama non indugia mai nella comicità. Questa prerogativa, tipica dei testi di Mirò già visti e apprezzati qua in Italia, garantisce spesso un risultato drammaturgico di alto livello. In questa tragicommedia il paesaggio urbano periferico fa da sfondo ai conflitti dei personaggi che da Bufali vittime si trasformano in Leoni carnefici anche a costo di utilizzare la violenza come arma di sopravvivenza.
L’adattamento di Enrico Ianniello sposta meravigliosamente questa storia dal quartiere Raval di Barcellona alla periferia est di Napoli facendo sembrare questa storia scritta proprio per la nostra San Giovanni a Teduccio. Un ulteriore modo per la Compagnia Nest di parlare del territorio in cui agisce da anni affrontandolo da un punto di vista nuovo e inedito.
Una sfida affascinante e assai intrigante.
Compagnia Nest

Anche nei testi che compongono la cosiddetta “Trilogia degli Animali” (Bufale, Liùne e Giraffe) si ripropone l’aspetto che, a parer mio, costituisce la più interessante caratteristica teatrale dei testi di Pau Mirò: quell’intensa stratificazione sociale che accomuna Barcellona e Napoli e che si converte in magnifico materiale scenico laddove le coloriture della lingua raccontano, con grande immediatezza, l’estrazione dei personaggi e il loro comporsi nel confronto reciproco. In Bufale, l’unità linguistica ci racconta un orizzonte familiare compatto che viene però drammaticamente attraversato da una tragedia che è – paradossalmente – conseguenza di una grande fortuna: la vincita di un’enorme somma alla lotteria. In una forma teatrale inconsueta – un monologo condotto da cinque fratelli – si racconta quell’antefatto le cui risonanze torneranno, prepotentemente, in Liùne. La gentrificazione della famiglia, la quiete raggiunta al prezzo di un piccolo movimento centrifugo di tutti i componenti, viene messa a dura prova dall’apparizione inaspettata di un ragazzo con una camicia insaguinata, un ragazzo che somiglia troppo al protagonista della tragedia narrata in Bufale. La tinta misteriosa, che Pau Mirò sparge lungo i tre testi, trascolora nella commedia e nel noir, raccontando la parabola di cinque personaggi randagi in una città che cambia pelle continuamente sotto i loro occhi.
Una famiglia di Bufali, di vittime, che fa di tutto per diventare una famiglia di Leoni, di predatori.
Enrico Ianniello

NON C'E' NIENTE DA RIDERE

IL TEATRO DI PEPPE BARRA E LAMBERTO LAMBERTINI
CON PEPPE BARRA E LALLA ESPOSITO
SCENE CARLO DE MARINO
COSTUMI ANNALISA GIACCI
MUSICHE GIORGIO MELLONE
DISEGNO LUCI FRANCESCO ADINOLFI
REGIA LAMBERTO LAMBERTINI

CHIOSTRO DEL DUOMO DI SALERNO
3 LUGLIO
DEBUTTO

Di nuovo insieme dopo venticinque anni, Peppe Barra e Lamberto Lambertini intendono, pur in questi giorni così chiusi e difficili, invitare la gente a tornare a teatro, per uno spetta- colo di buon augurio, e per iniziare una futura normalità̀, realizzando uno spettacolo che, con lo spirito e lo stile, di sempre, coniughi la risata con la commozione, la leggerezza con la cultura, la raffinatezza con la volgarità̀. Uno spettacolo vario costruito con le cose che amiamo. Questo è stata, da sempre, la visione della Compagnia, fondata insieme con Concetta Barra, e questa resterà̀ per sempre. Perché́ il pubblico, per divertirsi davvero, ha bisogno essere trascinato fuori dalla realtà̀, e quale mezzo migliore del teatro, che è molto più̀ bello della vita vera e, tra le sue scene anche la morte sarebbe per finta.
“NON C’E NIENTE DA RIDERE” Così sembra dire l’Attore al pubblico, dispiaciuto che si sbellichi mentre lui sta recitando una cosa seria. Ecco la chiave di questo spettacolo, dove la scenografia raffigura l’interno di un teatro, dal punto di vista degli attori, uno spettacolo al contrario, con le file dei palchi sul fondo e con le luci della ribalta puntate verso la sala. In questo luogo irreale si avvicendano un Attore e un’Attrice, Peppe Barra e Lalla Esposito, con duetti, monologhi, canzonette, di antico e moderno repertorio, oltre a improvvise incursioni surreali nel repertorio dei classici, con due poltroncine e consunti fondalini dipinti a delineare le situazioni drammatiche. Uno spettacolo di “Varietà̀” con un finale in Maschera: l’Attore veste il costume di Pulcinella e l’Attrice quello di Colombina che, nel rivedere il suo fidanzato che l’aveva abbandonata senza una parola, molti e molti anni prima, costringendola a fare la sciantosa, lo aggredisce infuriata, ma il povero Pulcinella le giura d’esser morto, per strada, senza averla potuta avvisare. É menzogna o verità̀? Colombina comincia a cedere, presa dalla drammaticità̀ del racconto. Pulcinella prosegue baldanzoso: San Pietro, dopo tanto pregare, gli ha concesso di tornare sulla terra a riprendersi la sua Colombina. Sull’onda dei ricordi e della nostalgia di un’epoca che fu, si addormentano abbracciati.



INTRAMUROS

DI ALEXIS MICHALIK
CON CARLOTTA PROIETTI
TRADUZIONE E REGIA VIRGINIA ACQUA
E CON GIANLUIGI FOGACCI, ERMENEGILDO MARCIANTE, VALENTINA MARZIALI, RAFFAELE PROIETTI
SCENE FABIANA DI MARCO
COSTUMI SUSANNA PROIETTI
LUCI UMILE VAINIERI
MUSICHE FABIO ABATE
PRODUZIONE POLITEAMA SRL

CAPODIMONTE, PRATERIE DELLA CAPRAIA
3, 4 LUGLIO
DEBUTTO

Riccardo è un giovane regista cui viene proposto di tenere un seminario di teatro in un carcere. Spera in una forte affluenza ma non si presenteranno che due detenuti. Kevin, il cane sciolto, e il più̀ anziano, mite e taciturno Angelo. Riccardo, assistito dalla sua aiuto regista, incidentalmente anche sua ex moglie, e dalla solerte assistente sociale che lo ha contattato per il corso, decide suo malgrado di tentare comunque l’impresa… Questo testo è un incrocio vorticoso di storie e stati d’animo, che vengono rappresentare in tempo reale e flashback con ritmi forsennati da cinema. Tempi e luoghi si avvicendano, gli attori di volta in volta oltre il loro personaggio principale devono poi recitare i personaggi della vita che ciascuno di loro fa rivivere nel proprio ricordo. Il tutto con una messa in scena che non ha un momento di sospensione. Tutto è fluido, scorrevole, dinamico, logico eppure incastratissimo! C’è del genio in questa scrittura e in questa messa in scena, così essenziale ma proprio per questo così chirurgica. E il testo è sorprendente perché́ Michalik semina tanti indizi, che sembrano scollati, e poi, nei momenti giusti, li unisce, e ti fa avanzare un pezzettino nella trama e capisci che una trama c’è, che quella gente non sta lì a caso, che un disegno perché́ le loro vite si siano intrecciate, c’è un motivo, ma quale? E di nuovo, sembra di aver capito come finirà̀ e poi, tac! Michalik mette un altro tassello, e l’ascolto diventa suspense, fino all’epilogo micidiale, la sequenza finale, che non anticipo, in cui vita e teatro, e storie e lo stesso linguaggio meta teatrale si fondono e sbam! Ci si commuove, si rimane imbambolati, si capisce perché́ il teatro deve far parte della vita di ciascuno, pure di chi non lo fa. Ed ecco che il pubblico alla fine esce e in strada ne parla, commentano, e ne parleranno ai loro amici, che poi tocca prenotare con un mese di anticipo su internet o non entri!
Lo spettacolo debutta al Theatre de La Pépinière a Parigi a settembre 2017 con un cast di attori giovani e sconosciuti e registra un tutto esaurito ogni sera. Il passaparola costringe a dover necessariamente prenotare il biglietto on line con largo anticipo. Lo spettacolo è ancora in scena a Parigi è stato rappresentato a Beirut e ha debuttato nella versione inglese a Londra ad aprile 2019 al Park Theatre. Alexis Michalik è attore regista e drammaturgo di madre inglese e padre polacco fra i più̀ noti e apprezzati del panorama francese. Nel 2017 la sua commedia “Edmond” colossal sulla vita di Edmond Rostand vince 5 premi Molières tra cui miglior testo e miglior commedia da cui ora è stato tratto un film distribuito in Italia con il titolo “Cyrano mon amour”.


FATHER AND SON

IN VOLO CON CHET BAKER
DI STEFANO VALANZUOLO
CON ANTONELLO COSSIA VOCE RECITANTE
FRANCESCO SCELZO CHITARR
ENRICO VALANZUOLO TROMB
COLLABORAZIONE ARTISTICA RAFFAELE DI FLORIO, ANNALISA CIARAMELLA
ORGANIZZAZIONE E AMMINISTRAZIONE GIUSI LANGELLA
REGIA ANTONELLO COSSIA, RAFFAELE DI FLORIO
PRODUZIONE ALTROSGUARDO 

CAPODIMONTE MANIFATTURA DELLA PORCELLANA
3, 4 LUGLIO
DEBUTTO

Detestava buona parte della propria vita, senza rinnegarne nulla. Voleva solo evitare che un altro commettesse i suoi stessi errori. E, soprattutto, che suonasse la sua stessa musica. In fondo, semplicemente, non voleva che esistesse un altro Chet.
Così credeva, almeno. Prima di incontrare suo figlio…
Uno spettacolo che mescola verità̀ storica e finzione.
In una sorta di flashback estremo, articolato secondo una sequenza di ricordi, il racconto prova a far rivivere il più̀ romantico tra gli eroi della tromba.
Non lo fa curiosando morbosamente tra fatti e misfatti di droga, ma inseguendo, affettuosamente, il rapporto – vero o finto, poco importa – di un padre, fragile e geniale, con il proprio figlio. Un rapporto fatto di incomprensione e paura, ma anche di amore infinito per la vita e per la musica. Che potrebbero essere, poi, la stessa cosa.
Nel corso della vicenda teatrale, la voce narrante si intreccerà con le note di molti classici appartenuti a Chet Baker (My funny Valentine, Let’s get lost, Don’t explain, I fall in love too easily, Arrivederci, Estate…) qui arrangiati ed eseguiti, rispettosamente e in versione strumentale, da Francesco Scelzo e Enrico Valanzuolo.
Questa proposta è parte di un più ampio progetto, insieme ad un altro spettacolo, – Cinquanta bigliettoni – da un racconto di Ernest Hemingway, a formare un dittico denominato – Racconti in jazz.
Il legame che unisce e fonde insieme i due eventi, pur tenendoli separati in maniera parallela ed armoniosa è naturalmente quello della musica jazz. Stile musicale a fondamento della drammaturgia e della scrittura scenica, sviluppata da un – duo e un trio strumentale -, che in entrambi gli spettacoli eseguono dal vivouna partitura musicale pari per importanza al testo recitato dagli attori, che con esso si intreccia e si fonde in unico racconto, non assumendo quindi la semplice funzione di colonna sonora, di accompagnamento.
Una sintassi sonora complessiva, in grado di offrire allo spettatore contemporaneamente il senso e l’essenzialità̀ delle parole del testo attraverso la struttura musicale, senza però mai trasformarsi in canto.



CONFINI

IDEAZIONE E CURA DAVIDE SACCO E AGATA TOMŠIČ / EROSANTEROS
TESTO IAN DE TOFFOLI
DRAMMATURGIA AGATA TOMŠIČ
REGIA E DISEGNO MUSICALE DAVIDE SACCO
CON HERVÉ GOFFINGS, DJIBRIL MBAYE, SANDERS LORENA, MARCO LORENZINI, SILVIA PASELLO, AGATA TOMŠIČ
VIDEO DESIGN STEFANO DI BUDU
COSTUMI LAURA DONDOLI
ORGANIZZAZIONE MARINA PETRILL
SQUADRA TECNICA, REALIZZAZIONE SCENE E SARTORIA FONDAZIONE LUZZATI – TEATRO DELLA TOSS
PRODUZIONE FONDAZIONE LUZZATI – TEATRO DELLA TOSSE, TNL – THÉÂTRE NATIONAL DU LUXEMBOURG, RAVENNA FESTIVAL, EROSANTEROS – POLIS TEATRO FESTIVAL
IN COLLABORAZIONE CON FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL
IN RESIDENZA PRESSO TEATRO DELLA TOSCANA, TNL – THÉÂTRE NATIONAL DU LUXEMBOURG, OTSE – OFFICINE THEATRIKÈS SALENTO ELLÀDA, TEMPO REALE
CON IL SOSTEGNO DI COMUNE DI RAVENNA, REGIONE EMILIA-ROMAGNA
CON IL PATROCINIO DELL’AMBASCIATA D’ITALIA IN LUSSEMBURGO
GRAZIE A PIETRO VALENTI, RUTH HEYNEN, SILVIA LODI, REMO CECCARELLI, MARIA LUISA CALDOGNETTO, ALL’ISTITUTO UNIVERSITARIO EUROPEO, AL CENTRO DI MICRO-BIOROBOTICA DELL’ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA, A “PASSAPAROLA” E A TUTTE LE PERSONE INTERVISTATE, PER AVER NUTRITO IL PERCORSO DI CREAZIONE DELLO SPETTACOLO; A GIUSEPPE BELLOSI PER LA CONSULENZA SUL ROMAGNOLO

CAPODIMONTE CASINO DELLA REGINA
3, 4 LUGLIO
DEBUTTO

CONFINI è uno spettacolo sulle migrazioni del passato, del presente e del futuro, un’opera sulla storia politica, economica e industriale dell’Unione Europea, un monito sull’emergenza climatica e l’avvenire dell’umanità sulla Terra e nello spazio infinito.
In scena interpreti di diverse lingue e nazionalità risalgono alle origini dell’identità europea, attraversando un secolo di rivoluzioni industriali, guerre e crisi economiche. Gli attori incarnano le storie di persone comuni, italiani che hanno abbandonato la propria terra per andare a lavorare nei bacini minerari del nord-Europa; ma danno anche voce ai personaggi politici che hanno segnato le tappe fondamentali della storia dell’Unione europea e a due corifee che guidano gli spettatori all’interno di questo prismatico racconto. Un teatro documentario, in cui la piccola storia dei singoli dialoga con la grande storia dei più, per proiettarsi verso il domani e porre domande sull’oggi. Uno spettacolo in cui realtà e finzione procedono di pari passo, portando in scena testimonianze di persone reali ma anche di umani provenienti dal futuro sopravvissuti a catastrofi planetarie.


ARTEMISIA CATERINA IPAZIA E .....LE ALTRE

CON LAURA CURINO
IDEAZIONE E REGIA CONSUELO BARILARI
TESTO TEATRALE DI LAURA CURINO E PATRIZIA MONACO
DAL LABORATORIO DI SCRITTURA COLLETTIVA RAGGI X
IMPIANTO SCENICO FEDERICO VALENTE
VIDEOGRAFICA SARA MONTEVERDE
VIDEO MAPPING GIANLUCA DE PASQUALE
COSTUMI FRANCESCA PARODI
PROGETTO LUCI FABIO PARODI
PRODUZIONE SCHEGGE DI MEDITERRANEO – FESTIVAL DELL’ECCELLENZA AL FEMMINILE

CAPODIMONTE CASINO DELLA REGINA
6, 7 LUGLIO

In uno spettacolo biopic su Artemisia Gentileschi, si intrecciano evocate dalla radiografia del dipinto Santa Caterina d’Alessandria diversi personaggi femminili, che Laura Curino evoca ed interpreta, in un racconto ironico, tagliente e molto spesso comico: Artemisia Gentileschi, Caterina d’Alessandria, Giovanna d’Arco, Ipazia, Lucrezia, Susanna e i Vecchioni, Giuditta.
I personaggi e le opere d’arte di Artemisia Gentileschi, e di altri artisti del ‘500 e ‘600, si muovono nella dimensione narrativa tra Arte e Teatro, per comporre una suggestiva scenografia di grandi video proiezioni a più̀ livelli.
Scorrono, appaiono sorprendendoci, vibrano, si frammentano e si alternano nella narrazione le opere di Artemisia Gentileschi: Giuditta che decapita Oloferne, Santa Caterina di Alessandria, Danae, La ninfa Corisca e il satiro, Autoritratto con liuto, Cleopatra, Autoritratto come allegoria della Pittura, Sansone e Dalida, Davide e Betsabea, Giaele e Sisara, Clio, la musa della storia, Santa Cecilia, Conversione della Maddalena, Ester e Assuero… E le opere dei maestri che Artemisia evoca e invoca come Giuditta e Oloferne di Caravaggio La scuola di Atene di Raffaello, Tre arcangeli e Tobiolo di Filippo Lippi, Tre arcangeli e Tobiolo di Francesco Botticini, Stanza dell’Aurora di Agostino Tassi e il Guercino, Il concerto musicale con Apollo e le Muse Agostino Tassi e Orazio Gentileschi e molti altri.



UNA STANZA TUTTA PER SE

DI GIAN MARIA CERVO. (MOLTO) LIBERAMENTE TRATTO DALL’OMONIMO SAGGIO DI VIRGINIA WOOLF
CON MARIANELLA BARGILLI
REGIA DI ALESSIO PIZZECH

CAPODIMONTE CORTILE DELLA REGGIA
6, 7 LUGLIO
DEBUTTO

Ecco cosa scrive Gian Maria Cervo / drammaturgo
Credo che Virginia Woolf sia molto più divertente di come la pensiamo. E credo quindi che solo un qualche elemento di stupidità (quasi ai confini con l’irritazione) possa, in questa stupida epoca, restituirne il divertimento e la forza distruttiva e allo stesso tempo far provare nostalgia per l’immensa intelligenza dell’autrice. Riscrivendo il suo fenomenale saggio Una stanza tutta per sé per la scena il rischio di fare il monumento del monumento è fortissimo. Di sicuro non vorrò ridurre l’opera della Woolf a un quadruccio per individualità definita o a un saggetto su temi di genere. E quindi, per citare la stessa Virginia, potrò anche chiamare quest’opera “melone, ananas, ulivo, smeraldo e volpe nella neve”, ma essa non dovrà essere un frutto dell’esperienza, dovrà essere un’esperienza. Per questo chiederò aiuto a tre drammaturghe guest (che nominerò solo quando avrò la forza di nominarle e solo quando sentirò che anche loro avranno scelto me) e per questo la creatura che nascerà sarà un mash-up tra Oxbridge e Napoli -Virginia Woolf soggiornò al Grand Hotel Parker’s di Napoli e anche io proverò ad abitare lì per un paio di giorni. Di certo stimolerà questo viaggio verso l’ignoto il fatto di lavorare con due attori che stimo ma non ho mai conosciuto personalmente e con un regista che invece conosco molto bene.

Ecco cosa scrive Alessio Pizzech / regista
Ricostruire il plot dello spettacolo non è possibile in queste ore in cui una nuova creatura come un testo nuovo per la scena, prende forma. Parlare di cosa sarà questa pièce diventa operazione pretestuosa e voler tratteggiare un plot parlando di un trattato come UNA STANZA TUTTA PER SÉ che la Woolf dedica proprio a contrastare l’idea del plot, sarebbe sbagliato e riduttivo. Più facile è dire oggi perché scrivere sulla Woolf: per avere padri intellettuali, per andare a fare domande che siano importanti per il nostro tempo. So per certo che ci troveremo di fronte ad una grande domande che rivolgeremo a Virginia Woolf ed in tal senso lo spettacolo non vorrà essere comodo ma capace di portarci nelle pieghe di una leggerezza ricca di spunti per il tempo che attraversiamo proprio in questo complesso tempo pieno di contraddizioni talora non leggibili ecco che mi pare coraggioso tornare alla drammaturgia, al testo, alla voce dei drammaturghi che ci aiutano a confrontare il particolare con l’universale, la letteratura con la vita e a pensare al scena nello stupore incerto e meraviglioso del suo divenire gesto e parola incarnata dall’attore.
Una stanza tutta per sé sicuramente nel suo titolo vuole non essere per sé o nel suo appartener-si, vuole diventare una creazione aperta al pubblico che ci appartenga, dove ritrovare la nostra intelligenza, lontano dai rumori della stupidità e della superficialità.
Una stanza tutta per sé vuole essere un ritorno al valore dell’intelligenza che si riappropria del tempo e dello spazio, con un sorriso divertito e distante verso tante miserie umane.


PANDORA

IDEAZIONE E REGIA RICCARDO PIPPA
DI E CON CLAUDIA CALDARANO, CECILIA CAMPANI, GIOVANNI LONGHIN, ANDREA PANIGATTI, SANDRO PIVOTTI, MATTEO VITANZA
DRAMATURG GIULIA TOLLIS
MASCHERE E COSTUMI ILARIA ARIEMME
SCENE ANNA MADDALENA CINGI
DISEGNO LUCI PAOLO CASATI
CURA DEL SUONO LUCA DE MARINIS
VOCAL COACH SUSANNA COLORNI
RESPONSABILE TECNICO ALICE COLLA
SCENE COSTRUITE PRESSO IL LABORATORIO SCENOTECNICO DEL TEATRO FRANCO PARENTI
COSTUMI REALIZZATI PRESSO LA SARTORIA DEL TEATRO FRANCO PARENTI DIRETTA DA SIMONA DONDONI
PRODUZIONE TEATRO FRANCO PARENTI, TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL
IN COLLABORAZIONE CON TEATRO DEI GORDI
SPETTACOLO IN PRIMA NAZIONALE ALLA BIENNALE TEATRO DI VENEZIA 2020. PREMIO ANCT 2020. PREMIO HYSTRIO-ICEBERG 2019

CAPODIMONTE, PRATERIE DELLA CAPRAIA
6, 7 LUGLIO

I Gordi, guidati dal regista Riccardo Pippa, continuano l’indagine su una forma teatrale che si affida al gesto, ai corpi con e senza maschere, a una parola-suono scarna e essenziale che supera le barriere linguistiche.
Un bagno in fondo a un corridoio o sotto la piazza di una città.
Può̀ essere il bagno di un aeroporto, di un club o di una stazione di servizio. Lo attraversa un’umanità̀ variegata e transitoria. È un luogo di passaggio, d’attesa, d’incontro tra sconosciuti, un camerino improvvisato dove fare scongiuri, nascondersi, sfogarsi. È un covo per i demoni, un’anticamera, una soglia prima di un congedo o un battesimo del fuoco. Non è un luogo più̀ vero rispetto al fuori, è solo un altro aspetto dell’esserci; se fuori ci si deve attenere alle norme sociali, ad una prassi, al gioco, dentro si dismette qualcosa; è uno spazio amorale, di sospensione, anche di grossa violenza e nudità̀, un luogo comune dell’interiorità̀ dove ampliare lo spettro dell’azione quotidiana oltre i limiti e le censure.
Il bagno pubblico è per eccellenza il luogo dove, per questioni culturali e di igiene, la presenza fisica dell’altro, la vicinanza, si avvertono in modo più̀ problematico. È un’immagine atemporale che può̀ parlarci, oggi, senza fare attualità̀, che non scade coi decreti, che può̀ rappresentare una situazione di riconoscibile, naturale diffidenza, di paura dell’altro, paura di sentirsi di troppo o addirittura una minaccia, del sentirsi corpo e basta, appiattiti al mero bisogno, al mantenimento e alla difesa di una vera o presunta integrità̀.
Filo conduttore del percorso dei Gordi ad oggi è la ricerca di un linguaggio fatto di movimento, partiture di gesti concreti, oggetti, vestiti, maschere e musica. Nel lavoro di scena ricercano sinestesie e un teatro poetico capace di emozionare e produrre immagini vive.
Pandora completa un’ideale “trilogia della soglia”: in Sulla morte senza esagerare la soglia è lo spazio tra l’aldiquà̀ e l’aldilà̀, in Visite tra il presente e il passato; in Pandora la soglia è il corpo, che, con la sua straziante fragilità̀, separa e congiunge noi e il mondo.



SIDDHARTA

DI HERMANN HESSE
REGIA MANUELE MORGESE
CAST: IN VIA DI DEFINIZIONE
MUSICHE DAL VIVO MARCO BANDERAS (HANDPAN E PERCUSSIONI)
SCENE E COSTUMI DI MARCO NATERI
PRODUZIONE COMPAGNIA TEATROZETA L’AQUILA 

CAPODIMONTE AREA MANIFATTURA DELLA PORCELLANA
7 LUGLIO
DEBUTTO

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.
In queste poche righe Herman Hesse riassume con sinuosa e metaforica semplicità̀ il cammino dell’uomo verso il proprio destino. Il “cursus” umano e spirituale narrato da Hesse suscita un appetito fortemente teatrale, una voglia, o meglio una necessità, di traslare sulla scena un esempio di forza e vitalità̀ degno dei grandi personaggi shakespeariani.
“Itinerarium mentis in Deum”, il ciclo della vita, il percorso de “l’Atman”, dello spirito cosmico o coscienza universale, il cammino del prescelto, come un viaggio dantesco, quello di Siddharta, dalla privazione all’abbondanza, dalla scoperta della morte a quella della vita di un figlio; un “itinerarium” che avvolge in un cerchio il protagonista e lo spettatore, insieme, nel grande respiro dell’anima. Un respiro da troppo tempo accantonato nei tristi, distratti e oscuri anni in cui viviamo.
Lo spettacolo teatrale ha l’intento di trasporre per la scena il romanzo Siddharta del premio Nobel Hermann Hesse, testo che, a partire soprattutto dagli anni sessanta, è diventato un classico della letteratura e un grande successo di pubblico (soprattutto giovanile). Per la particolare struttura dell’intreccio che alterna dialoghi e narrazione e nel profondo rispetto del magnifico messaggio universale dell’autore, la rivisitazione scenica di Manuele Morgese ha l’obiettivo di condurre lo spettatore ad una vera e propria lettura, lasciando intatto lo stile del testo. Si parte dai nostri giorni, dall’assordante rumore della tecnologia di ogni tipo: squillo di cellulare, vociare di televisioni, rumore di automobili… Un uomo imprigionato in uno spazio illuminato da una luce neon è alle prese con i suoi computer e con vari telefoni e telefonini che lo soffocano nell’alienante contesto quotidiano del manager – businessman. L’uomo ad un certo punto ferma il tempo e tra le scartoffie e i faldoni dell’ufficio trova un libro: Siddharta. La narrazione, protagonista, tornerà̀ di frequente ora in audio ora in video e si fonderà̀ al contesto delle immagini proiettate e dei dialoghi tra personaggi. La regia infatti immagina la fusione del linguaggio teatrale con quello dell’animazione. Parte dei personaggi saranno disegni animati proiettati sul fondo bianco che divide lo spazio scenico in due. Ispirati dallo stile dei cartoni animati di Emanuele Luzzati immaginiamo lo scorrere delle scene sullo schermo gigante/fondale a cui corrispondono gli elementi scenici naturali in proscenio che appariranno dal pavimento come enormi pop-up, firmati dallo scenografo Marco Nateri. Pensato come meccanismo teatrale, multidisciplinare, come un insieme di linguaggi che spaziano dal teatro di figura, al teatro di parola, dal teatro delle ombre e al teatro fisico, attraverso la visual art e la musica, lo spettacolo mette in scena la storia di un uomo, l’autore – narratore, che vive di riflesso e racconta la storia di un altro uomo, quella del personaggio che assurge a protagonista felice della propria vita. L’uomo – narratore è l’uomo senza tempo, l’uomo – bambino di cui Siddharta parla, nella costante ricerca del proprio IO.


LUCY E L'ALTRA ...

DRAMMATURGIA E REGIA LAURA ANGIULLI
SCENE E COSTUMI ROSARIO SQUILLACE
LUCI CESARE ACCETTA
CON ALESSANDRA D’ELIA, GINESTRA PALADINO
E STEFANO JOTTI, ANTONIO MARFELLA, GIOVANNI BATTAGLIA, LUCIANO DELL’AGLIO, CATERINA PONTRANDOLFO, AGOSTINO CHIUMMARIELLO, PIETRO PIGNATELLI
PRODUZIONE GALLERIA TOLEDO – TEATRO STABILE D’INNOVAZIONE

CAPODIMONTE GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
7, 8 LUGLIO
DEBUTTO

Due figure femminili abilmente sviluppate da Philip Roth sono al centro delle opere che s’intendono rappresentare, preludio a una terza produzione ispirata al novel Scandalo a Praga dello stesso autore, già prevista per l’adattamento e la regia di Antonio Piccolo nel prossimo autunno.
La vitalità e la fervida competenza narrativa di Roth sollecitano suggestioni nel lettore aduso a rimaneggiamenti per la scena, che da quella materia che straborda di rigurgiti creativi e d’irrefrenabile impeto vitale, quasi ossessivamente sospinto da temi incalzanti – legame con le radici ebraiche; pulsioni verso inconsuete manifestazioni di una sessualità di confine, utilizzata a segno di relazione violenta con la materia-vita; ingombrante presenza della figura materna..- se ne lascia trasportare per autonome appropriazioni e divagazioni.
Nella sterminata produzione di Philip Roth – autore americano di derivazione ebrea – la figura femminile compare solitamente in posizione molto marginale ma nella Lucy, protagonista di Quando lei era buona, si disegna un profilo umano di sorprendente densità letteraria con ricadute drammatiche di abbagliante folgorazione; un’essenza, “qualcosa del supereroe senza i poteri”, non lontana dalla materia oscura di shakespeariana memoria.
“Una grande, poderosa tragedia terribile come la vita”, ebbe a scrivere Stanley Elkin a proposito di quest’opera; eppure gli spunti comici non mancano, perché questo romanzo proprio come la vita è tanto divertente quanto terrorizzante, e i personaggi si definiscono nell’espressione di sentimenti in ogni caso contrapposti tra desideri e rifiuti, anelito alla “bontà” e ferocia. Di partenza, un grande quadro della vita americana e dei suoi sentimenti, eppure nel tracciato delle contraddizioni e delle violenze che vi si rappresentano i confini territoriali si dilatano a un’evidente universalità, tanto da lasciare ipotizzare una più ampia collocazione della pièce che potrebbe venirne, per un’auspicabile messinscena.
Lei è oppressa da un matrimonio umiliante, Lui è uno scrittore di mezza età: sono gli amanti osservati nello sviluppo di un fluente articolato dialogico al seguito di amplessi amorosi, dove tutto dice l’assenza di felicità.
Il parlare serrato, scherzoso e ironico, si concretizza in uno spaccato di sostanziale drammaticità, e nell’intimità adulterina si aprono squarci per l’osservazione di una realtà senza prospettive; vite umilianti per compromessi al limite dell’accettazione. L’opera è ambientata in Europa, in una Londra che dice tutto di un vuoto esistenziale senza rimedio, e che s’accompagna a un senso di malintesa liberalità, nella distrazione dai ruoli e dai vincoli istituzionali, d’ inefficacia di sentimenti forse presenti ma comunque negati , nell’illusione dell’ andare avanti comunque… Ma tutto sommato, anche in questo caso, l’indicazione geografica non vincola, perché le dinamiche sentimentali volte al negativo, la difficoltà di gestione della vita e dei rapporti si definiscono con ricorrenza in ogni cultura, e in ogni dove. Infine negli ultimi capitoli, per un autobiografismo forse non solo letterario, s’affaccia il personaggio-autore con accattivante ipotesi di presenza per una schizofrenia tutta da indagare fra scrittura e evento reale, fra autore e personaggio, fra parola detta e parola scritta, in definitiva fra arte e vita.



LE STORIE DEL MONDO

DA LE METAMORFOSI DI OVIDIO
DI E CON ROBERTO NOBILE

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO DI PORTA MIANO
10,11 LUGLIO

La Grecia e la Magna Grecia pullulavano un tempo di dei ed eroi, di centauri, satiri, ninfe, che trasparivano nell’acqua di fonti sacre, parlavano attraverso lo stormire delle fronde, o il boato dei vulcani e brillavano in cielo giorno e notte. Poiché gli dei scendevano dall’Olimpo a mescolarsi con le vicende umane, a ingravidare e farsi ingravidare, di fianco al misero corpo di ogni mortale camminava l’ombra del divino. E chi ascoltava le storie degli dei, la sera, accanto al fuoco, ascoltava nel contempo la sua storia e tremava per il vertiginoso accostamento, pieno di terrore e di tenerezza. Le metamorfosi di Ovidio è la summa di quelle storie, la più grande, la più completa, ed è anche un capolavoro letterario che ha avuto enorme influenza su tutta la cultura occidentale, come l’autore stesso aveva previsto: “Ed ormai ho compiuto un’opera che né l’ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo, che tutto rode potranno cancellare ( … ) E ovunque si estende, sulle terre domate, la potenza romana, le labbra del popolo mi leggeranno, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se qualcosa di vero c’è nelle predizioni dei poeti, vivrò.”
Quella frase ore legar populi, cioè le labbra del popolo mi leggeranno, rimanda al parlato, all’oralità, e quindi al prima della scrittura, al tempo lontanissimo quando le storie si incarnavano e risuonavano in un corpo. Quando lo stupore del sacro annebbiava la vista e non potevi distinguere se era l’uomo che raccontava il dio, o viceversa. E l’aedo che narrava “Le storie del Mondo”, spesso era vecchio, spesso “cieco”; perchè il suo “sguardo” era rivolto all’interno, in quel prodigioso incontro tra la saggezza accumulata e il tesoro del mito.


L'UOMO CHE OSCURO' IL RE SOLE

DI FRANCESCO NICCOLINI
CON ALESSIO BONI E ALESSANDRO QUARTA
PRODUZIONE INFINITO E ALESSIO BONI, ALESSANDRO QUARTA E FRANCESCO NICCOLINI
IN COLLABORAZIONE CON TEATRO DEL GIGLIO DI LUCCA

BELVEDERE DI SAN LEUCIO (CE)
10 LUGLIO
DEBUTTO

QUINTUS DOCTOR
Mais si maladia
Opiniatria
Non vult se guarire
Quid illi facere?
BACHELIERUS
Clysterium donare
Postea seignare
Ensuita purgare
Reseignare, repurgare et reclysterizare!

Una dichiarazione d’amore al teatro e a chi al teatro dedica la vita salendo sul palcoscenico ogni sera, costi quello che costi. Una dichiarazione d’amore, dignità e orgoglio professionale quanto mai importante oggi, anno secondo dell’era della pandemia universale, che obbliga i teatranti a pagare il prezzo più duro e, molto probabilmente, sproporzionato e punitivo.
Che la condizione dell’attore sia difficile, e che sconti una colpa equivalente al peccato originale, non è una novità: attori musicisti e drammaturghi, ogni qualvolta hanno pfatto professione di indipendenza e libertà, sono sempre stati i primi a esporsi al rischio della furia del potere e i primi a pagare. È stato così nell’antichità, e ancora di più nel medio evo, quando dopo l’anno Mille il teatro è risorto, ma pagando un prezzo durissimo, ancora più feroce da fine Cinquecento, quando la Controriforma si è scagliata contro il palcoscenico, diventato luogo per eccellenza del demonio, e dunque contro attori, musicisti, scrittori e compositori: istrioni, ruffiani, prostitute, stregoni, ambasciatori di Satana.
E non c’è esempio più potente, comico e tragico della storia del più grande attore e autore del Seicento francese: il figlio di un tappezziere parigino, nato con il nome di Jean-Baptiste Poquelin ma diventato immortale con il suo nome d’arte, Molière.
La sua vita è una incredibile summa di avventure e soprattutto rocambolesche disavventure, fiaschi clamorosi e ancora più clamorosi successi, grandi amori, gelosie, atroci sospetti di incesti, spettacoli sublimi dalla risata amara, coraggiosi e taglienti: tragediografo fallimentare, Molière aveva trovato nella farsa e nella commedia il terreno perfetto che gli permise di fare grandi affreschi del suo tempo, della società parigina e di corte, affreschi infarciti di critiche feroci a molte delle più potenti lobby del tempo: ridicole e potentissime signore da salotto, mercanti vecchi e avidi, filosofi, nobili cortigiani falsi corrotti e ipocriti, preti farisei, e soprattutto dottori arroganti e incapaci.
Molière incarna il nuovo mondo: è un pefetto esempio di figlio di nessuno, uno di quei giovani che non ha un titolo aristocratico ma che si forma studiando, con applicazione e una gran voglia di sporcarsi le mani. Condivide lo stesso destino familiare di William Shakespeare, Galileo Galilei, Miguel de Cervantes, tutti umili figli di uomini e donne del popolo, bottegai, musicisti, spesso totalmente squattrinati: è una rivoluzione grande come quella copernicana, che improvvisamente permette a chiunque – non solo a nobili e religiosi – di diventare “qualcuno”.
Ma il nostro Jean Baptiste Poquelin è molto più di qualcuno. Diventa amico intimo del re, e non un re qualunque: Luigi XIV, meglio noto come il Re Sole, uno dei sovrani più famosi di tutta la storia, eppure – come fama e immortalità – infinitamente più piccolo di questo figlio di un tappezziee, capace, con la sua arte scenica e la sua coraggiosa, costante denuncia, di oscurare anche il Sole…
Un racconto teatrale per voce e musica, una doppia narrazione intrecciata per raccontare vita disavventure e morte di Molière insieme ai suoi dèmoni e al suo teatro: tutto d’un fiato. Come una strepitosa lunghissima e tragicomica storia d’amore, ardore e passione.



MURATORI

DI EDOARDO ERBA
TRADUZIONE IN NAPOLETANO DI ANTONIO GROSSO
CON MASSIMO DE MATTEO, FRANCESCO PROCOPIO E UN’ATTRICE DA DEFINIRE
SCENE LUIGI FERRIGNO
COSTUMI ALESSANDRA GAUDIOSO
MUSICHE FLORIANO BOCCHINO
REGIA PEPPE MIALE
PRODUZIONE ENTE TEATRO CRONACA VESUVIOTEATRO

CAPODIMONTE, CORTILE DELLA REGGIA
10, 11 LUGLIO
DEBUTTO

In una notte sospesa e infinita due muratori si insinuano illegalmente in una sala teatrale al confine con un supermercato per realizzare – su incarico dell’unico proprietario e soprattutto in silenzio – un muro abusivo al fine di allargare gli spazi del contiguo esercizio commerciale. Ma la magia di quel luogo con tutto ciò che è e ciò che rappresenta si palesa a loro (naturalmente ignari), disvelando presenze pronte a sollecitare voragini di emozioni nei cuori dei due nostri anti-eroi. Si palesa ad esempio una incantevole figura di donna, tale signorina Giulia – lascito probabile di qualche personaggio ottocentesco andato in scena su quel palco – che appare ora all’uno ora all’altro muratore per sparigliarne le rispettive esistenze. E i due poveri lavoratori, cui la notte e la stanchezza avevano già offerto il destro per parlare dei massimi sistemi pur sempre in coerenza con la loro identità, si confrontano anche duramente in una staffetta di infatuazioni, fino addirittura a creare i presupposti per scombinare il sodalizio edile che avevano cercato di avviare, lasciando sul terreno di quella contesa i rottami delle rispettive esistenze.
Rottami che poi sono anche i rottami di quell’abusivo muro che stava- no realizzando e che, forse involontariamente o forse no, non diverrà impresa compiuta. Il muro non sarà eretto ed il palcoscenico che sarebbe stato inglobato nel supermercato, continuerà a vivere esplicando la sua vocazione.
Il teatro sopravvivrà sempre.
È il trionfale approdo, per noi e speriamo anche per la società tutta, di un testo che naviga astutamente tra rigogliosi orizzonti di concreta e raffinata comicità, senza disdegnare – anzi sublimandole – piccole, sorprendenti e sostanziali soste in acque che demandano ad un’acuta riflessione sulla condizione umana. Il testo ha vissuto in passato una vita rigogliosa di successi grazie ad una versione in romanesco, men- tre stavolta viene proposto, in prima assoluta nazionale, in una nuova veste che vive di quella lingua che insieme al veneto è la lingua del teatro di tradizione, il Napoletano.
E se la retorica sembra dietro l’angolo, seppur senza mai disdegnarla in assoluto, è nostro desiderio nella messinscena provare a denunciare che, se è vero come è vero, che il momento pandemico in essere costringe ad una crisi della cultura (di cui il Teatro è solo fra le più alte rappresentazioni), è pur vero che Erba già nel 2002 ci segnalava che c’era chi desiderava che la cultura fosse murata in un supermercato.
Ed è quindi sempre nostro compito provare, con umiltà, ad essere quella signorina Julie che crea le condizioni affinché i muri non si sostituiscano ai sipari.


L'OMBRA DI TOTO'

DI EMILIA COSTANTINI
ADATTAMENTO E REGIA STEFANO REALI
CON YARI GUGLIUCCI
PRODUZIONE GOOD MOOD DI NICOLA CANONICO

CAPODIMONTE, MANIFATTURA DELLA PORCELLANA
10, 11 LUGLIO
DEBUTTO

«O mio dio! Ma quello è… sì quello è proprio lui»…
Napoli, 17 aprile 1967, giorno del funerale di Totò. Nella folla che si accalca lenta, accaldata, ondeggiante in piazza Mercato davanti alla Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore, un fiume di gente attonita, addolorata e scomposta rende l’estremo omaggio ad Antonio de Curtis, morto due giorni prima a Roma.
La Questura parla di centoventimila persone, una ressa incredibile ma non imprevedibile, che rende difficile, quasi impedisce alla compagna dell’attore, Franca Faldini, e alla figlia Liliana di seguire la bara.
Una donna col fazzoletto nero in testa lancia un grido stridulo, additando un individuo che procede lento dietro al feretro. «Sì! Oddio! È proprio lui!». Un uomo esclama: «Guardate là! Totò è vivo! Totò non è morto! è resuscitato!». Gli fa eco un’altra popolana che stringe il rosario tra le mani… emozionata, il fiato strozzato in gola, le manca il respiro, si piega sulle gambe e sviene. Ma che sta succedendo?
Il personaggio che viene indicato è praticamente sconosciuto ai più, ma per molti anni è stato a fianco del grande attore: lo ha seguito, sostenuto e spesso sostituito, soprattutto da quando Totò divenne completamente cieco. Dino Valdi (al secolo Osvaldo Natale) ne è stato infatti la controfigura, affezionata e devota.
Durante il funerale, il secondo dei tre che furono celebrati in onore del defunto, Valdi viene avvicinato da una giornalista del quotidiano Il Mattino di Napoli che, incuriosita dalle urla e dagli svenimenti, gli chiede di rilasciargli un’intervista, proprio per raccontare, a modo suo, la vita del Principe della risata.
Lo spettacolo teatrale è un’intervista immaginaria, che intende tracciare una biografia non autorizzata. La vita di Totò viene raccontata in maniera assolutamente inedita da colui che ne ha rappresentato l’ombra. L’umile Dino diventa, almeno una volta nella sua vita, improvvisamente e inconsapevolmente protagonista assoluto di una storia che non è la sua. Attraverso i suoi ricordi, riemergono i fatti e i personaggi del percorso artistico e familiare, pubblico e privato, del celebre attore.



AMEN

DI MASSIMO RECALCAT
REGIA VALTER MALOSTI
PRODUZIONE TEATRO FRANCO PARENTI

CAPODIMONTE, PRATERIE DELLA CAPRAIA
10,11 LUGLIO
DEBUTTO

AMEN, il primo testo teatrale dello psicoanalista, che debutterà̀ in autunno per la regia di Valter Malosti, viene presentato in anteprima dal suo stesso autore e dal regista, accompagnati da una selezione di brani dell’opera in forma di concerto per le voci di Marco Foschi, Federica Fracassi e Danilo Nigrelli e i suoni di Gup Alcaro. Per queste anteprime il progetto sul suono e le voci diventano dunque protagoniste assolute, in una creazione autonoma pensata come una sorta di installazione sonora. Lo spettacolo è coprodotto dal Teatro Franco Parenti di Milano e dalla Fondazione TPE.
Dice Recalcati:
«Sin da ragazzo, da quando avevo vent’anni, volevo scrivere di teatro. Ero un vero appassionato di teatro, mangiavo pane e teatro. Non avevo molti soldi e i pochi che avevo lì spendevo per andare a teatro. Poi, come spesso accade nella vita, ci sono stati incontri che hanno in qualche modo deviato questa mia prima vocazione: c’è stata la filosofia, e c’è stata la psicanalisi che mi ha completamente assorbito. Negli ultimi anni ho cominciato però a depositare qualche appunto con l’idea di tornare al teatro. Sono tornato a vedere il teatro, sono tornato a leggere di teatro. E durante il primo lockdown ho cominciato a radunare questi appunti e a scrivere un testo; ho fatto quello che, in piccolo, fa Noè nella Bibbia all’indomani del diluvio. Nelle mie interviste ho spesso citato il personaggio di Noè come una figura di riferimento. In fondo la pandemia può essere letta come un grande, terribile diluvio. Il primo gesto che Noè fa, una volta sceso dall’arca ed essere sopravvissuto alla tremenda violenza delle acque, non è quello di raccogliere frutti dalla natura, né di farsi garantire da Dio di essere salvato: il primo gesto di Noè̀ è quello di piantare una vigna. Piantare una vigna significa fare esistere l’avvenire, distinguere l’essenziale dall’inessenziale, restituire possibilità di vita laddove tutto, attorno a Noè, era morto.
Mentre scrivevo questo testo attorno c’era la morte. Suoni di campane, di autoambulanze, una Milano deserta, i nostri vecchi che morivano. E così ho scritto questo testo. Come direbbe il grande pittore Rothko, quando si fa arte o si parla della vita e della morte o è meglio non farla. Ho seguito questa indicazione. Al centro di questo testo c’è il rapporto tra la vita e la morte, e ci sono delle domande. Domande su cosa ci sarà̀ dopo la vita, se ci sarà “un dopo”, e come saremo noi dopo la vita, cioè̀ il problema della resurrezione della vita dopo la morte. Certamente c’è questo grande tema, ma soprattutto c’è il tema di come la vita può resistere alla tentazione della morte, di come noi possiamo continuare a essere vivi pur essendo destinati alla morte e pur avendo attorno a noi la morte.
Amen è quindi la parola che consacra la possibilità che la vita possa esistere anche dove è la morte, che la morte non possa essere l’ultima parola sulla vita. Amen vuol dire “così sia”, “che sia così”, che la vita sia viva, che la morte non sia l’ultima parola sulla vita. […] Nella mia storia c’è un incontro, che poi è all’origine di questo testo, su cui ritorno costantemente nel corso della mia vita di intellettuale. Ed è il fatto che sono nato destinato alla morte. Da piccolo i medici non mi davano chance di sopravvivenza. Il medico, così mi raccontò mia madre, chiamò il prete a sostituire la scienza. Sono stato un bambino che, nel tempo del battesimo, riceve l’estrema unzione. Battesimo – estrema unzione è il ritmo della nostra esistenza, apertura e chiusura. Di questo parla Amen».
Malosti immagina lo spettacolo come «un incessante scorrere di un tempo interiore, concreto e visionario insieme, di un mondo al limite invisibile tra vita e morte. Gli antichi chiamavano mundus l’angusta apertura attraverso la quale, in Sicilia, Proserpina era stata rapita nell’Ade. La storia personale, anche spirituale, di un figlio e di una madre e la storia dell’Italia dei nostri ultimi cinquant’anni si fondono poeticamente ponendoci tutta una serie di domande sul “dopo” ultraterreno e no. Pulsano i cuori di queste voci senza nome, battendo il tempo dell’ascolto, insieme ai passi, che sprofondano nella neve, di un soldato che sembra uscire direttamente dalle pagine di Mario Rigoni Stern».


HO VISTO MARADONA

DI DANIEL PENNAC
DA UN’IDEA DI CLARA BAUER, PAKO IOFFREDO, XIMO SOLANO, DANIEL PENNAC
REGIA CLARA BAUER
COREOGRAFÍA LISI ESTARAS  
COLLABORAZIONE MUSICALE ALICE LOUP
CON LISI ESTARAS, DEMI LICATA, PAKO IOFFREDO, DANIEL PENNAC, XIMO SOLANO E 10 ARTISTI NAPOLETANI
PRODUZIONE COMPAGNIE MIA MOUVEMENT INTERNATIONAL ARTISTIQUE
PRODUZIONE ESECUTIVA CLAUDIO PONZANA
IN COLLABORAZIONE CON ENTE TEATRO CRONACA VESUVIOTEATRO

CAPODIMONTE GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
11 LUGLIO
DEBUTTO

Pennac racconta Maradona.
Il Dio, il santo, il mito, il capro espiatorio, San Diego, l’ultimo dei Malaussène. Un’impresa quasi impossibile, raccontare tutto ciò che ha rappresentato D10S, non solo nel mondo del calcio, una vera icona pop che ha condizionato attraverso il suo genio sregolato, vita, sogni e desideri delle persone in ogni parte del mondo.
Lo spettacolo si immergerà nel realismo magico e affronterà la figura poliedrica del più grande giocatore della storia. Miglior calciatore in campo e personaggio vitale, traboccante, attraente e icona fuori misura.
Daniel Pennac darà forma al “Mondo Maradona”, dagli aneddoti ai momenti vitali che lo hanno reso parte della nostra vita, come un Benjamin Malaussène dei nostri sogni; perché è come qualcuno ha detto, “quello che Maradona ha fatto con la sua vita non è importante, ciò che conta è quello che ha fatto con la nostra.”
Immaginiamo per un attimo Daniel Pennac che attraverso la scrittura scenica, accompagnato dalla sua compagnia teatrale e da una piccola orchestra popolare, ci racconta come sia possibile che “La mano di Dio” voli nel cielo e scenda negli inferi, come in un moderno viaggio dantesco.
Il progetto è pensato per essere costruito in sintonia e collaborazione con diversi ambiti artistici, culturali e lavorativi della cittàà di Napoli.
Un incontro di culture, esperienze, relazioni, umanità.
Questo è uno spettacolo su MARADONA?
È un tributo? È una storia? È una musica?
È tutto questo… ma molto altro ancora. Come MARADONA.



ALLA FESTA DI ROMEO E GIULIETTA

DI SHAKESPEARE/D’ERRICO/SICCA
REGIA BENEDETTO SICCA
CON FRANCESCO ARICÒ, CLARA BOCCHINO, MARIALUISA BOSSO, EMANUELE D’ERRICO, TERESA RAIANO, FRANCESCO ROCCASECCA, DARIO REA
SCENOGRAFIA LUIGI FERRIGNO
COSTUMI GIUSEPPE AVALLONE
DISEGNO LUCI LUIGI DELLA MONICA
MUSICHE TOMMY GRIECO

CAPODIMONTE, CISTERNONE
11 LUGLIO
DEBUTTO

Putéca Celidònia e Benedetto Sicca collaborano consecutivamente da tre anni, arricchendo reciprocamente i propri percorsi attraverso uno scambio continuo di idee e persone. Nel 2018, una parte della compagnia ha partecipato alla residenza del progetto “Pochos”, condotta da Benedetto Sicca e divenuta, l’anno successivo, una produzione del Teatro Sannazaro. “Pochos” ha vinto il Premio Carlo Annoni 2020 per la drammaturgia, ed è stato già replicato a Milano ed a Novara. Sempre nel 2019 la collaborazione continua con il progetto “Per tutti!” scritto da Emanuele D’Errico e Benedetto Sicca, commissionato dal Festival Internazionale della Valle d’Itria nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Paolo Grassi. Ancora da questo incontro e con il sostegno del Teatro Sannazaro è nato un terzo ambizioso progetto intitolato “Caravansaray – Selinunte San Siro” che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano a settembre 2020. Quest’anno Putéca Celidònia e Benedetto Sicca affronteranno un ciclo di residenze nell’ambito del “Cantiere Sartoria” su Romeo e Giulietta di William Shakespeare, durante le quali si avrà la possibilità di verificare il lavoro di traduzione e drammaturgia portato avanti da Emanuele D’Errico e Benedetto Sicca, nonché sperimentare – molto liberamente – diverse possibilità di mettere in scena questo grande classico, in maniera che possa continuare a parlare ai nostri contemporanei. Il punto da cui si partirà è il fatto che all’interno del testo ogni festa sfocia in un funerale: la festa in cui i due innamorati si incontrano per la prima volta sfocia nel funerale di Mercuzio; la festa (mancata) delle nozze tra Giulietta e Paride sfocia nel funerale di Romeo e Giulietta. Il nostro intento è che il frutto di queste residenze ci porti alla costruzione di uno spettacolo/festa a pianta circolare durante il quale gli eventi della tragedia di Shakespeare permettano agli spettatori/invitati di interrogarsi con noi sui grandi temi che il testo contiene: l’edonismo e il nichilismo, l’odio gratuito verso chi è diverso da noi, il valore centrale dell’amicizia come fondante dell’individuo. La domanda che ci porremo e che porremo ai nostri invitati è: in che modo, c’entra tutto questo con l’amore?



Musica

AVVENNE A NAPOLI passione per piano e voce

PROGETTO DI EDUARDO DE CRESCENZO
CON
EDUARDO DE CRESCENZO VOCE E FISARMONICA
JULIAN OLIVER MAZZARIELLO PIANOFORTE

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
12 GIUGNO
DEBUTTO

AVVENNE A NAPOLI passione per voce e piano è un concerto sospeso tra la migliore tradizione e innovazione italiana. Eduardo De Crescenzo, già icona di eleganza, già espressione di moderna classicità, interpreta LA CANZONE CLASSICA NAPOLETANA del periodo largamente indicato tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Fenesta vascia, Era de maggio, Luna nova, ‘A vucchella, I’ te vurria vasà, Uocchie c’arraggiunate, Voce ‘e notte, Passione, Serenata napulitana, Silenzio cantatore, Maria Marì … è il repertorio che l’ha formato, seppure nell’evoluzione della sua personalità musicale, di quello stile “unico” che lo rende un artista riconoscibile, un napoletano riconoscibile. Un concerto per raccontare alle nuove generazioni un miracolo che AVVENNE A NAPOLI: musicisti pregevoli e grandi poeti crearono un repertorio, figlio dell’Opera – ma anche sua moderna evoluzione – per inventare la “forma canzone” così come la conosciamo oggi. E’ pure su questo repertorio che si evidenzia la figura “dell’interprete” su quella del “cantante” : il canto operistico, per quanto virtuoso e nobile, per quanto tecnicamente pregevole, non è più esaustivo, è necessario che il cantante entri nei versi del poeta e li faccia suoi per farli rivivere ogni volta. Si ispira ai dettami stilistici di questo periodo storico-artistico anche la formazione in duo – voce e pianoforte, tipica nelle “periodiche”, riunioni di pubblico privilegiato per ascoltare la musica d’Arte che avvenivano nei circoli culturali e nelle case patrizie dell’epoca. Farà eccezione solo la fisarmonica di Eduardo, lo strumento che da sempre ispira il suo canto. Accompagna questo viaggio magico il pianoforte talentuoso, internazionale, di Julian Oliver Mazzariello. Un concerto che vuole restituirci lo spirito autentico di quel tempo in tutta la sua insuperata modernità.
“E’ il mio omaggio ai Maestri che mi hanno insegnato l’Arte dei Sentimenti: perché le emozioni hanno un suono preciso, hanno parole precise ma per riconoscerle, bisogna impararle”

Eduardo De Crescenzo rappresenta “la voce”, in assoluto tra le più apprezzate del panorama musicale italiano, notoriamente per estensione, ma ancor di più, per una stupefacente carica di armonici che gli consente di disegnare con naturalezza ogni stato d’animo umano. Cantante e interprete emozionante, musicista e fisarmonicista ispirato, affina nel tempo i suoi talenti, li fonde in uno stile personale e originale. Difficile collocarlo sotto le consuete “etichette di genere”. Nel suo mondo sonoro si riconoscono mille sfumature: le interpretazioni poetiche degli chansonniers italiani e napoletani che a inizio del XX secolo s’ispirarono all’esistenzialismo francese, il ritmo serrato del vocalizzo scat che scopriva nell’adolescenza nei locali americani sul porto di Napoli dove la sera si suonava il jazz, le suggestioni del Mediterraneo che lo ispirano dal mare o dai vicoli della sua città. Napoletano, nel corso della sua lunga carriera, ha saputo riflettere un’immagine di valore del suo territorio, impersonando con coerenza una Napoli poetica, colta, che vive con impegno, intensa nel sentimento ma lontana da ogni folclorica rappresentazione. La sua musica attraversa il tempo, le mode e le generazioni con insolita freschezza; cattura un pubblico esigente educato alla lettura della virtù ma anche un pubblico che si lascia trasportare dal brivido istintivo che la sua potenza espressiva riesce a infiltrare sotto la pelle dell’ascoltatore.

Julian Oliver Mazzariello è uno dei pianisti più incantevoli apparsi sulla scena musicale negli ultimi anni. Stupisce per il suo tocco agile e virtuoso, emoziona per il fraseggio ricercato, vibrante, ispirato. Nasce in Inghilterra nel 1978, dove studia pianoforte classico, si trasferisce in Italia poco più che adolescente per conoscere altre culture. Qui incontrerà i grandi jazzisti della scena nazionale e internazionale ma cercherà esperienze anche con il cantautorato di valore per lavorare agli aspetti emozionali dell’interpretazione. E’ in questo percorso artistico e di vita che la voce del suo pianoforte diventerà sempre più espressiva e originale, riconoscibile a ogni esecuzione, che sia in “solo” o in “formazione”.


BANDITA BAGNOLI

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
14 GIUGNO

Il progetto legato alla Banda MVM “Mamma Vita Mia” trae ispirazione da uno dei lavori più importanti del Maestro Zurzolo “Ex-Voto” nato dalla sua ricerca sulla musica popolare che accompagna il rito della Madonna dell’Arco.
La banda Mamma Vita Mia oggi allarga i suoi orizzonti cresce ed evolve partendo dal profondo amore per la città di Napoli e dalla volontà di rivalutarne il territorio attraverso la musica, l’arte e attraverso il racconto e la conoscenza della sua storia, partendo proprio dal luogo di nascita del sassofonista Marco Zurzolo: Bagnoli o meglio Balneolis luogo termale di grande bellezza, amato fin dall’antichità, luogo di grande fermento artistico, nel tempo deturpato dalle azioni scellerate dell’uomo…
Inizia così il viaggio della banda: un viaggio che parte da Bagnoli e giunge alle pendici del Vesuvio, un viaggio concreto, fattivo, dai colori accesi, con persone bizzarre con un unico obiettivo: attraversare la città portando, con la musica, tra le sue strade, la voglia di rinascita, la voglia di ringraziarla e restituirle la dignità che troppo spesso viene violata tradita e offesa dall’uomo.
Un viaggio musicale fatto di amore: amore per la musica, amore per la tradizione, amore per l’umanità che attraverso la bellezza riscatta se stessa e torna a vivere la propria terra con orgoglio e consapevolezza.



IVO PARLATI  presenta incontri

IVO PARLATI – BATTERIA
FRANCESCO VALENTE – CHITARRE
MATTEO PEZZOLET – BASSO EL. / CONTRABBASSO

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
17 GIUGNO
DEBUTTO

La forma canzone così come l’improvvisazione, brani strumentali tra suoni acustici ed elettronici sono l’insieme di elementi che Ivo Parlati porta sul palco del NTF con due musicisti/compositori con cui collabora da anni.

COME SUONA IL CAOS

CAPONE BUNGTBANGT
REGIA DI RAFFAELE DI FLORIO

MONTESARCHIO, P.ZZA UMBERTO I (BN)
18 GIUGNO
ANFITEATRO DI AVELLA (AV)
19 GIUGNO

Un concerto per l’ambiente! Capone & BungtBangt sono tra i pionieri dell’ecomusic mondiale, sempre alla ricerca di nuove forme espressive. Quest’estate lanciano un tour del tutto speciale. Non si tratta del semplice concerto serale ma di un’intera giornata durante la quale il pubblico è coinvolto in diverse attività. Come Suona il Caos è un evento assolutamente innovativo che coniuga la potenza della musica alle tematiche dell’ambiente e dell’eco-sostenibilità. Si comincia la mattina con un gesto d’amore per l’ambiente che ospita il concerto. In collaborazione con Legambiente (partner del tour) e di associazioni legate al territorio, avrà luogo un intervento ecologico come la pulizia di una spiaggia, di un bosco o altro che verrà scelto, di volta in volta, a seconda delle necessità del luogo.
Al pomeriggio, un workshop tenuto da Capone, nel quale verrà insegnato come costruire e suonare strumenti fatti con materiali riciclati. Verranno costruiti strumenti con la spazzatura raccolta la mattina durante l’intervento ecologico.
Aperto a tutti ed a tutte le fasce d’età, è un momento estremamente significativo per dimostrare la semplicità e la universalità del gesto artistico di Capone. Altamente educativo è adatto a tutti ed assolutamente consigliato alle scuole e delle associazioni che operano con bambini e ragazzi.


PASSIONE LIVE THE NEXT GENERATION

FRANCESCO DI BELLA (24GRANA)
DARIO SANSONE (FOJA)
ROBERTO COLELLA (LA MASCHERA)
MALDESTRO
GNUT
FLO
IRENE SCARPATO (SUONNE D’AJERE)
SIMONA BOO

MUSICISTI:
MARCO CALIGIURI (BATTERIA)
GIGI SCIALDONE (CHITARRE ACUSTICHE E PLETTRI)
FOFÒ BRUNO (CHITARRE ELETTRICHE)
CATERINA BIANCO (TASTIERISTA)
ERNESTO NOBILI (DIREZIONE MUSICALE E BASSO)
OSPITI:
RAIZ (ALMAMEGRETTA)
JAMES SENESE & BAND
PEPPE SERVILLO

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
24 GIUGNO

Passione Live è stata una “colorata carovana” di musicisti e interpreti di altissimo livello che si è proposta di portare e far rivivere la “canzone napoletana” classica e contemporanea in un entusiasmante tour, durato dal 2011 al 2017 e concretizzatosi in una serie di sold-out in location e festival prestigiosi. Passione Live è riuscita a offrire allo spettatore la possibilità di un incontro diretto con Napoli mediata dalla sensibilità di tutti gli artisti coinvolti capaci di proporre con energia un’immagine della città e della sua storia, raccontata attraverso le loro emozioni e capacità interpretative.
A distanza di quattro anni dalla conclusione di quella fantastica avventura che ha visto alternarsi e collaborare sul palco nomi del calibro di James Senese Napoli Centrale, Pietra Montecorvino, Almamegretta & Raiz, Enzo Gragnaniello, Eugenio Bennato, Peppe Barra, Teresa De Sio, Gennaro Cosmo Parlato, Mbarka Ben Taleb, Misia e molti altri interpreti e musicisti, Arealive è attualmente al lavoro per realizzare un secondo capitolo del progetto Passione Live, che nasce come naturale prosecuzione del precedente e che vede un passaggio di testimone dalle vecchie alle nuove generazioni di artisti partenopei che hanno saputo portare avanti la musica napoletana e in molti casi regalarci nuove canzoni entrate di diritto tra le più importanti del panorama musicale italiano e internazionale.
Il nuovo capitolo dal titolo Passione Live – The next generation nasce dal fatto che questa nuova generazione di interpreti, così come la precedente (negli anni 80 e 90) è riuscita a far avvicinare le nuove generazioni di ascoltatori alla canzone napoletana, classica e moderna. La scelta del nome in inglese esprime volutamente le forti ambizioni di diffusione internazionale.
Uno spettacolo quindi attuale ed unico, capace di stupire, emozionare e far divertire il pubblico ma soprattutto di fargli scoprire il desiderio di perdersi nel cuore pulsante di una città senza tempo, Napoli, dove la musica è espressione e parte integrante di una cultura unica al mondo.
Passione Live – The next generation, come il film e diversamente dal film, descriverà il ricchissimo patrimonio melodico partenopeo in un incontro seducente tra il passato illustre della canzone tradizionale e l’anima creativa della Napoli contemporanea, attraverso le intense interpretazioni dei numerosi artisti coinvolti: Francesco Di Bella (24Grana), Dario Sansone (Foja), Roberto Colella (La Maschera), Maldestro, Gnut, Flo, Irene Scarpato (Suonne d’Ajere), Simona Boo che saranno accompagnati sul palco da musicisti d’eccellenza. Per la Prima napoletana gli artisti condivideranno il palco con uno o più ospiti del calibro di Raiz (Almamegretta), James Senese con la sua band e Peppe Servillo, esprimendo così un passaggio di testimone tra la vecchia e la nuova generazione.


NAUTIS / PAESAGGI MEDITERRANEI

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
25 GIUGNO
DEBUTTO

Il progetto Nautis rappresenta il punto di incontro fra musicisti di diversa estrazione e provenienza geografica, ciascuno dei quali porta in dote il proprio personale bagaglio di esperienze, abbracciando quelle degli altri in un viaggio senza barriere stilistiche: maqamat arabi, armonie mittleuropee, sonorità nordiche, contrappunti in stile polifonico, elementi di improvvisazione jazzistica, tutto trova fusione ed equilibrio in un imprecisato luogo itinerante fra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente.
Ne deriva un impianto musicale dal grande impatto emotivo, dal livello di interplay costantemente alto nonché dal comprovato effetto scenico, dovuto anche all’accostamento reciproco fra strumenti di estrazione così apparentemente diversa fra loro: oud, violino, pianoforte e contrabbasso.


JAZZ BY BUS

KARIMA, VOCE
PIERO FRASSI, PIANOFORTE
GABRIELE EVANGELISTA, CONTRABBASSO
BERNARDO GUERRA, BATTERIA

TEATRO NATURALE DI PIETRELCINA
25 GIUGNO
DEBUTTO

La voce intensa e potente della cantante italo/algerina incanta il pubblico. Nonostante la giovane età̀ Karima ha già̀ alle spalle più̀ di 10 anni di carriera, calcando i palchi di tutto il mondo e con la partecipazione a diversi programmi televisivi (Amici, Crozza Alive, I Migliori Anni, Tale e Quale Show) oltre, ovviamente, al Festival Di Sanremo dove la ricordiamo al fianco di Burt Bacharach al quale dedica uno splendido tributo, “Close to you”. Recentissimo il successo con The Bodyguard, il musical dove Karima è protagonista come Rachel Marron, il ruolo che fu di Whitney Houston nell’omonimo film.
Il jazz è il primo amore della cantante italo algerina e, anche se nel suo presente non mancano esperienze molto diverse (come il ruolo da protagonista nel Musical “The Bodyguard” o la partecipazione a Domenica In), Karima mantiene costantemente aperta la porta su quel mondo, che esplora con curiosità̀ e passione: affronta dunque, con l’eleganza che la contraddistingue, un repertorio che comprende standard jazz , ma anche soul, fino alla canzone d’autore italiana, e chiede al pianista Piero Frassi di elaborare per lei versioni su misura per la sua splendida voce.
Insieme a Piero Frassi, pianista storico di Karima, il bassista Gabriele Evangelista e il batterista Bernardo Guerra, due giovani talenti del panorama jazzistico italiano.


LITTLE PEOPLE

DI BONNIE MUSIC
FRANCESCO INFARINATO – TASTIERE
SEBASTIAN MARINO – TASTIERE
PIERPAOLO RANIERI – BASSO
ROBERTA ROSSI – VOCALS
ANDREA BONIOLI – BATTERIA, PERCUSSIONI, PROGRAMMING 

CAPODIMONTE, GIARDINO PAESAGGISTICO PASTORALE
4 LUGLIO
DEBUTTO

Bonnie Music è un Progetto di musica descrittiva, ambient, psichedelica ideato e curato dal batterista percussionista Andrea Bonioli.
Con Little People l’autore musicalmente “racconta” alcuni dei misfatti odierni di una società distopica non priva di sarcastico romanticismo. Con il laconico titolo si vuole rappresentare un semplice principio esistenzialista di quello che, in fin dei conti, l’uomo, in tutte le sue sfaccettature è.
Un piccolo uomo, delle piccole persone.
Si intrecciano pertanto atmosfere oniriche a climax parossistici mantenendo sempre centrale il parametro melodico.



Danza

DELAYER

REGIA E COREOGRAFIA VALERIA APICELLA
CON VALERIA APICELLA
EDITING VIDEO E SUONO CYRIL BÉGHIN
ASSISTENTE DI PRODUZIONE SABRINA SORRENTINO
PRODUZIONE RESIDENZA 3.14
IN COPRODUZIONE CON CONSULTRADING S.R.L.
RESIDENZA ARTISTICA PUNTOZEROATELIER
OFFICINA KELLER GALLERIA LUIGI SOLITO

TEATRO TRIANON VIVIANI
5 E 6 SETTEMBRE
DEBUTTO

Luglio 2020. Una notte… nel silenzio, nel vuoto del lockdown, ho iniziato a cercare attraverso i dispositivi social, “dentro” queste finestre virtuali, come tanti di noi, me stessa. Di fronte a un grande schermo dove si proiettavano queste finestre mi sono imbattuta in una porta immaginaria, e da li una spirale che non faceva che riprendere il mio movimento in un circuito chiuso e pur infinitamente aperto.
Il mio stato di presenza modificato si addiziona a se stesso. Casualmente, nel tempo della ripetizione, si rivela altro.
Delayer: “Un dispositivo che crea un ritardo nella trasmissione di un segnale in un circuito.”
La performance indaga lo spazio immaginifico tra un corpo in presenza e la sua proiezione, ponendo l’attenzione sul delay/ritardo che si apre tra questi due mondi, e ne potenzia la poetica, istante dopo istante.
La figura corporea diventa guida e chiave per l’esperienza in divenire.
Il gesto, nel suo divenire eco, si fa altro, cosi come una pietra lanciata in un lago diventa emblema dell’espansione all’infinito della causa.
Quanto piccolo è il nostro gesto presente eppur se osservato nel tempo, esso prende delle forme e inizia a danzare, modificando la realtà̀ dell’istante.
Il lavoro nasce dal desiderio di scegliere i gesti come giganti fenomeni in grado di cambiare e fare il mondo.
Aggiungere come un pittore, uno colore dopo l’altro, un tocco alla volta, e rivelare un’immagine nascosta e infinitamente più grande del corpo stesso.
Da questo dispositivo si crea una coreografia di intenti, emozioni, sospensioni.
La performance si presenta come un trip psichedelico, un dispositivo arcaico dove l’egotismo del selfie si trova annientato nella bellezza delle esplosioni cromatiche dei raggi di luce.
Valeria Apicella

PROGETTO MED FOCUS DANZA

A CURA DI SISTEMA MED MUSICA E DANZA – UNIONE REGIONALE AGIS CAMPANIA

TEATRO TRIANON VIVIANI
7, 8, 9 E 10 SETTEMBRE

Quattro compagnie presenteranno i propri lavori all’interno di questa vetrina.

POLVERE : MINUTISSIME PARTICELLE INCOERENTI
ELETTRA
YOUR BODY IS A BATLEGROUND
COLLETTIVE TRIP 7.0
QUERIDA GALA
KNOTTING


L'ODORE DELLA PELLE

DIREZIONE ARTISTICA ANNAMARIA DI MAIO
CONCEPT FRANCESCA GAMMELLA
DRAMMATURGIA MICHELE CASELLA
REGIA FRANCESCA GAMMELLA
COREOGRAFIE NYKO PISCOPO, FRANCESCA GAMMELLA
PRODUZIONE ARB DANCE COMPANY

TEATRO TRIANON VIVIANI
12 SETTEMBRE
DEBUTTO

“Quell’odore di pelle diversa che ti faceva sentire estraneo in un mondo in cui dovremmo essere tutti profumati”.
Lo spettacolo prende vita da una riflessione profonda, sul sentire l’altro attraverso il senso dell’olfatto. Il sentire l’odore permette di riconoscere l’altro, nella sia pienezza o diversità. L’odore di una pelle “diversa” determina un’etnia, una appartenenza sociale, talvolta messa alla mercè di una società poco tollerante, che isola chi è diverso, lo emargina.
Ed è così che prende vita una performance di danza contemporanea in cui protagonista è la pelle il cui odore rievoca sensazioni talvolta ostili. Mama è un giovane africano che porta stretto nel suo pugno il sogno di diventare danzatore, in un luogo dove non c’è inganno e la notte non ha stelle, sulla sua pelle sente ancora attaccati addosso gli odori della sua vita.
L’odore della pelle sulla quale è attaccata la polvere da sparo di un bambino spaventato che sostituisce ai giochi un fucile e vive nel terrore di essere ucciso, l’odore della pelle bruciata dall’acido di una sorella punita per la propria emancipazione e costretta a una sofferenza e a un’emarginazione sociale e psicologica lunga una vita, l’odore di tutte quelle pelli riunite su un barcone in mezzo al mare di notte.
L’odore del sudore e del sacrificio della sala di danza, l’odore di un amore di nome Riccardo.


BISBIGLIATA CREATURA

IDEAZIONE E REGIA MARIELLA CELIA
COREOGRAFIA, RICERCA DRAMMATURGICA DEL MOVIMENTO MARIELLA CELIA
IN COLLABORAZIONE CON CINZIA SITÀ
INTERPRETI MARIELLA CELIA, CINZIA SITÀ
SUONO GIANLUCA MISITI
TRUCCO/ASSISTENTE DI SCENA FRANCESCA INNOCENZI
COSTUMI MARIELLA CELIA
IN COLLABORAZIONE CON FRANCESCO INNOCENZI
DISEGNO LUCI FRANCESCO TASSELLI
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE SOSTA PALMIZI (CORTONA)
CON IL SOSTEGNO DI VERA STASI (TUSCANIA), TEATRO AZIONE (ROMA), CARROZZERIE N.O.T (ROMA), ALDES (LUCCA), TEATRI SOSPESI (SALERNO), CITTADELLA DEI GIOVANI DI AOSTA
SPETTACOLO VINCITORE DEL PREMIO INDIVENIRE PER LA DANZA 2019

TEATRO TRIANON VIVIANI
14 SETTEMBRE
DEBUTTO

Dio breve nell’erba Ingarbugliato in goccia d’acqua E grandine furiosa
Dio coda di lucertola
Passi sbadati
Tra sedia e letto
Dio belva e piuma
Insonne asfalto
Dio uovo
Che ogni acqua è santa
E ogni luogo è sacro
Se assente di noi.
Saprai mai inchinarti
Tanto
Da cogliere la bisbigliata Creatura?
Chandra Livia Candiani

Bisbigliata creatura apre lo sguardo ad un luogo in cui l’umanità̀ che si rivela è quella che muove i suoi primi passi, che piano impara a mettersi sulle sue gambe, che ancora non conosce, che ancora non sa esattamente come si fa, ma di ogni cosa che accoglie al suo sguardo ha stupore e meraviglia.
Bisbigliata creatura sceglie il disarmo come prospettiva d’elezione.
C’è a monte di questo progetto la necessità e l’urgenza di ritrovare una percezione materiale del corpo sensibile e a tutto un sistema di relazioni che il corpo instaura con l’ambiente esterno, attivando un prolungamento del nostro essere e della nostra soggettività̀ verso una dimensione permeabile: la mano che tocca è anche toccata, in un gesto che trasforma ciò̀ che percepisce in ciò̀ che è percepito.
In questo incontro tra Mariella Celia e Cinzia Sità, due artiste, due donne, amiche e colleghe differenti per età̀, per fisicità̀, si fa esperienza di tutto questo.
È come stendere un foglio bianco, rimettersi al mondo per la prima volta e cominciare a riscrivere la propria storia da sole e poi in relazione con l’altro/a.

Note di regia
Bisbigliata creatura ha avuto un lungo tempo di gestazione, proprio il tempo che desideravo: necessario, lento, ricco di cadute, di ripensamenti, di ritorni, di nascite e morti, ma anche di sorprendenti rivelazioni.
La poesia di Chandra Livia Candiani, la sua capacità di mettere in parole la sacralità̀ dell’esperienza vitale, e i miei studi di Body-Mind Centering®, un approccio che rivela, attraverso esperienze di microscopica intimità̀, quanto ogni aspetto della vita di un individuo si esprima nel corpo in movimento, in pattern somatici intrecciati ad aspetti cognitivi ed emotivi, hanno nutrito il viaggio per dare senso e forma a questa creatura. Nel cammino è emersa tanta fragilità̀, una condizione che vogliamo celebrare, di cui vogliamo rivelare la bellezza, l’ironia, la tenerezza, la forza.
In “Bisbigliata creatura” facciamo esperienza del disarmarci e ci alleniamo a dire grazie ad ogni lotta necessaria a conoscere e a riconoscersi.
Mariella Celia



IDIOT SYNCRASY

PRODOTTO DA IGOR AND MORENO
COREOGRAFIA & PERFORMANCE DI MORENO SOLINAS E IGOR URZELAI
ARTISTIC ASSOCIATE SIMON ELLIS (SKELLIS.NET)
LIGHTING DESIGNER SETH ROOK WILLIAMS
SOUND DESIGNER ALBERTO RUIZ SOLER (BERTRUIZ.NET)
SET & COSTUMI KASPERSOPHIE (KASPERSOPHIE.COM)
VOICE COACH MELANIE PAPPENHEIM (MELANIEPAPPENHEIM.COM)
COMPANY PRODUCER SARAH MAGUIRE
SUPPORTATO CON FONDI PUBBLICI DALLA NATIONAL LOTTERY ATTRAVERSO L’ARTS COUNCIL ENGLAND. REALIZZATO A THE PLACE. CON IL SUPPORTO DI YORKSHIRE DANCE, CAMBRIDGE JUNCTION, BIRDHOUSE CREATIVE LTD, CENTRO PER LA SCENA CONTEMPORANEA, BASSANO (ITALY) E BAD FESTIVAL IN BILBAO.

TEATRO TRIANON VIVIANI
21, 22 SETTEMBRE

Idiot-Syncrasy è un richiamo al potere della danza come fattore di cambiamento.
È una dichiarazione politica sull’attivismo e la perseveranza e un invito a fermarci per meglio comprendere quello che abbiamo e celebrare il legame tra le persone e la capacità individuale di andare avanti.
Quella messa in scena da Igor e Moreno, compagnia londinese che ha innovato la scena della danza, è una performance giocosa e fuori dagli schemi che trae origine dalla musica sarda del XVIII secolo per trasformarsi gradualmente in un salto perpetuo e metaforico con l’intento di esplorare la nostra persistenza e la nostra capacità di nutrire speranza e solidarietà.


PARADISO

REGIA, COREOGRAFIA, SPAZIO E LUCI VIRGILIO SIENI
INTERPRETI JARI BOLDRINI, NICOLA CISTERNINO, MAURIZIO GIUNTI, ANDREA PALUMBO, GIULIO PETRUCCI
PRODUZIONE COMUNE DI FIRENZE, DANTE 2021 COMITATO NAZIONALE PER LE CELEBRAZIONI DEI 700 ANNI, CAMPANIA TEATRO FESTIVAL
COLLABORAZIONE ALLA PRODUZIONE FONDAZIONE TEATRO AMILCARE PONCHIELLI – CREMONA

TEATRO POLITEAMA
25 E 26 SETTEMBRE
DEBUTTO

Il Paradiso di Dante ricompone il corpo secondo una lontananza che è propria dell’aura, un luogo definito dal movimento, da ciò che è mutevole.
Un viaggio che si conclude nello spazio senza tempo della felicità.
Il cammino di Dante non è assimilabile a niente, pura invenzione di una lingua inappropriabile che si trasforma in molecole di dialetto e oralità, gesto sospeso e luccicanze improvvise.
Dante non è un flâneur, viaggiatore della notte alla ricerca di se stesso nelle pieghe infernali della città; né un wanderer, viandante immerso negli abissi della malinconia e letteralmente risucchiato dai paesaggi emozionali; né un passeggiatore scanzonato, come ci indica divinamente Petrarca, cioè un camminatore che tiene lontani i pensieri invadenti e si sospende nell’ “errabondare tra le valli”. È un cammino dall’umano al divino, dal tempo all’eterno.
Lo spettacolo è la costruzione di un giardino e non riporta la parola della Divina Commedia, non cerca di tradurre il testo in movimento ma si pone sulla soglia di una sospensione, cerca di raccogliere la tenuità del contatto e il gesto primordiale, liberatorio e vertiginoso dell’amore. Danza dialettale che si forma per vicinanze e tattilità.
La prima parte presenta la costruzione di un giardino fisico di gesti. Quintetto fisico che traccia il suolo di passi intesi come piantumazioni di un giardino immaginario.
La coreografia è costruita per endecasillabi di movimenti dove i versi della danza ritrovano il risuonare della rima da una terzina all’altra. Questo continuo manipolare, accarezzare e pressare lo spazio invisibile intorno ai corpi edifica un continuum di terzine sillabiche del gesto: una maniera umile per porsi nei confronti della loro magnificenza geometrica, matematica e cosmica.
Allo stesso tempo il gesto scaturisce da una ricerca sullo spazio tattile e sull’aura della persona. La coreografia immagina e materializza corpi fuori dal corpo, ripercorrendo le nodature e le striature muscolari, facendo emergere un contesto dove le piante riflettono la loro presenza in emanazione luminosa.
I danzatori creano un gioco di vicinanze e di prossimità, stabilendo una nuova forma di contatto, dove il tocco non tange la pelle ma lo spazio auratico dei corpi.
Nella seconda parte tutto avviene cercando nel respiro delle piante la misura per costruire un giardino quale traccia e memoria dei gesti che lo hanno appena attraversato.
La vicinanza con la natura ci immerge in un limite che sembra un gioco ritrovato: sono loro, le piante, a scegliere e a determinare i gesti, le misure, le ombreggiature, le sparizioni. È il loro modo di accarezzarci che smuove i corpi secondo incontri e traiettorie che richiedono sempre solidarietà; la loro esistenza accoglie e fa esistere i nostri movimenti.
La coreografia è costruita portando, sollevando e depositando le piante nello spazio. Questo passeggiare insieme a loro, sentirne chiaramente il peso e il volume, ci ha istruito sul senso della lentezza e dello scorrimento: canali gestuali e “amorosi”.
In questo contesto di relazione e convivenza, la danza assume l’aspetto di un respiro che organicamente ritrova un contatto diretto con la tenuità delle foglie e il loro riferirsi costantemente alla luce, accudendola.
Le piante restituiscono il vero senso della danza, la lingua penultima: dialettale e popolare, in grado di mettere in dialogo le persone secondo declinazioni astratte, simboliche, inventate e immediatamente inscritte nella memoria.
Testo e disegni di Virgilio Sieni


RIFARE BACH NUOVA CREAZIONE 2021

COREOGRAFIA E REGIA ROBERTO ZAPPALÀ
MUSICA JOHANN SEBASTIAN BACH
UN PROGETTO DI ROBERTO ZAPPALÀ E NELLO CALABRÒ
LUCI E SCENE ROBERTO ZAPPALÀ
COSTUMI VERONICA CORNACCHINI E ROBERTO ZAPPALÀ
REALIZZAZIONE SCENE E COSTUMI THEAMA FOR DANCE
UNA PRODUZIONE SCENARIO PUBBLICO/CZD
IN COPRODUZIONE CON FONDAZIONE TEATRO COMUNALE DI MODENA, CENTRE CHORÉGRAPHIQUE NATIONAL DE RILLIEUX-LA-PAPE
IN COLLABORAZIONE CON M1 CONTACT CONTEMPORARY DANCE FESTIVAL, T.H.E DANCE COMPANY,
HONG KONG INTERNATIONAL CHOREOGRAPHY FESTIVAL, TEATRO MASSIMO BELLINI, MILANOLTRE FESTIVAL
CON IL SOSTEGNO DI MIBACT E REGIONE SICILIANA ASS.TO DEL TURISMO DELLO SPORT E DELLO SPETTACOLO

TEATRO POLITEAMA, 29 SETTEMBRE
DEBUTTO

Con questa creazione Roberto Zappalà cura in profondità̀ l’estetica e il linguaggio del corpo, e lo fa dedicando un’intera serata a Johann Sebastian Bach, che con la sua musica cristallina e preziosa incarna per il coreografo l’ideale di un’arte pura e “onesta”.
Far vivere in danza l’ammirazione che Zappalà nutre da sempre per il grande musicista tedesco è stato il fattore trainante che gli ha permesso di comporre tra soli, duetti, trii e ensemble, alcune delle pagine coreografiche a lui più̀ care nella sua trentennale attività̀. La musica dalla risoluzione perfetta e neutra di Bach ha difatti esercitato un forte richiamo sul coreografo, rappresentando al contempo il contrasto e la sintesi musicale ideale per la sua danza, sensuale e istintiva.
Molte produzioni del repertorio della compagnia (Silent as, Patria, Naufragio con spettatore, ecc) hanno nella colonna sonora alcuni brani di Bach, da qui il desiderio di ricomporre, sviluppare ed elaborare in altra forma queste coreografie realizzate nel tempo. La ricorrenza dei 30 anni di attività̀ della Compagnia Zappalà Danza è stato per il coreografo l’occasione per costruire ex-novo e in alcuni casi ri-coreografare questi brani, e dedicare questo omaggio al suo compositore preferito.
Molti anni sono trascorsi da quando Roberto Zappalà si è confrontato con una creazione priva di una forte drammaturgia spesso legata al sociale, in Rifare Bach nessuna drammaturgia articolata e nessun intellettualismo, soltanto una stretta relazione tra l’estetica più eterea della musica e quella più carnale della danza per un viaggio denso di poesia.
Al centro della creazione un universo coreografico che mette il corpo, con la sua naturale bellezza e tutta la sua fragilità̀, quale elemento fondante e transito ineludibile.
La naturale bellezza del corpo dei danzatori e della musica di Bach ha nella creazione un corollario di suoni della natura e del mondo animale, come delle mini ouverture che introducono le note bachiane. Una natura quasi da alba dell’umanità̀ dove i suoni dell’oggi, della sua violenza e tragedia sono ancora assenti. Ascoltare la natura e i suoi “silenzi”, per un ritorno a un mondo dove sia ancora possibile intendere la “straziante e meravigliosa bellezza del creato” (1).
Il titolo Rifare Bach vuole anche essere un richiamo alle tante rivisitazioni musicali che nel tempo sono state fatte delle opere del compositore tedesco. E alcune di queste saranno parte della ricerca del coreografo nella composizione musicale dell’opera.
1 (Pasolini “Che cosa sono le nuvole?”)
“Gli esseri umani hanno da sempre guardato alla natura per comprendere il senso del loro essere qui e delle loro azioni. La natura è comune a tutti ed è la madre di tutti, considerare la natura equivale a considerare l’universalità̀ delle cose.
La definizione etimologica di universo pone l’accento sull’unità di corpo e scopo quindi universalità̀ equivale alla volontà̀ di unire tutti in una dimensione di convivenza.
La musica di Bach per quanto mi riguarda riesce ad unire ogni espressione d’arte sotto uno stesso involucro ed è strumento di creatività̀ infinita così come lo è la natura, anche quella che (nei suoni) sarà̀ presente nel mio lavoro e che ha stimolato la mia capacità cognitiva di creare e inventare e così il mio processo di acquisizione di conoscenze e comprensione attraverso il pensiero. Uno spazio dove silenzio, ascolto, percezione e gesto saranno presenti in modo unitario nel rispetto delle singole differenze.”
Roberto Zappalà



Letteratura

Cinema

Sportopera

A CURA DI SILVIO PERRELLA
COORDINAMENTO BRIGIDA CORRADO
ORGANIZZAZIONE VESUVIOTEATRO.ORG

15 / 21 GIUGNO 2021 ORE 19.00
CAPODIMONTE, MANIFATTURA DELLA PORCELLANA

Laggiù, divinava Baudelaire, tutto è calma luce e voluttà. E può certo anche essere il contrario.
Ognuno ha la sua distanza da colmare, un laggiù da raggiungere e da frequentare.
È un invito al viaggio.
Che si può fare anche stando fermi e immobili sulla poltrona o con la guancia sul cuscino.
Laggiù è un paese popolato o sgombro, un’isola, un altopiano, una pianura; una semplice siepe, forse una nuvola o un temporale o la distesa inquieta del mare.
I poeti sanno come mettere sulla loro strada questo avverbio, gli tengono compagnia e fanno in modo da non farsene trovare soli.
Laggiù compare nei loro versi come una spia, lampeggia in fondo alla riga o la spalanca all’inizio.
È la nostra parola-sentiero di quest’anno.
È il nostro modo di stare vicini alla solitudine dello scrivere.
Silvio Perrella

MARTEDÌ 15 GIUGNO
Fuir, la-bas, fuir…
SALVATORE DI NATALE
El blues di Loi
con Igor Esposito, Milvia Marigliano, Ciro Riccardi
I versi funambolici napoletani di Salvatore Di Natale in controcanto ai versi milanesi di Franco Loi (21 gennaio 1930 – 4 gennaio 2021), recentemente scomparso.

MERCOLEDÌ 16 GIUGNO
Nel gran mare dell’essere
GIUSEPPE CONTE
Una serata dedicata ad uno dei più grandi poeti italiani di oggi.

GIOVEDÌ 17 GIUGNO
CARMEN GALLO – ELISA BIAGINI – DANIELE MENCARELLI
Tre voci a rappresentare polifonicamente la poesia contemporanea.

VENERDÌ 18 GIUGNO
ASPETTANDO LOUISE GLÜCK
Insignita di recente del premio Nobel, la poetessa americana sa dialogare con uno dei paesaggi più nostri e più intimi, come dimostrano i versi di Averno.

SABATO 19 GIUGNO
CASA DELLA POESIA 25 ANNI
Casa della poesia di Baronissi
GIANCARLO CAVALLO 26 – Tribute to the twenty-six dead women
Nel 2017 la nave spagnola Cantabria attracca al porto di Salerno con quattrocento migranti salvati nel Mediterraneo, a bordo anche 26 cadaveri di donne, “presumibilmente nigeriane” tra i 14 e i 18 anni, presumibilmente annegate. Quel numero, il 26, diventa il titolo del poemetto di Giancarlo Cavallo.

DOMENICA 20 GIUGNO
SANDRO PENNA
Vestita di lui
con Iaia Forte
Una grande attrice si veste dei versi di Sandro Penna (12 giugno 1906 –21 gennaio 1977), di uno dei nostri poeti più amati, un classico del Novecento.

LUNEDÌ 21 GIUGNO
UGO PISCOPO
con Renato Carpentieri
Dopo aver festeggiato Rino Mele, quest’anno Laggiù si concentra e dà spazio e rilievo ai molteplici talenti di un maestro in ombra come Ugo Piscopo. Con lui un grande attore come Renato Carpentieri che darà voce e corpo ai suoi versi.

A CURA DI ROBERTO D’AVASCIO PER ARCI MOVIE

CAPODIMONTE, CISTERNONE
13/19 GIUGNO 2021

Ogni film è sempre un’opera di palingenesi, a partire dal lavoro cinematografico sulle immagini, che vengono montate, smontate e rimontate per dare loro nuovo senso, spesso di maggiore purezza rispetto al reale di partenza. La rassegna di quest’anno, dopo un lungo periodo di sofferenza per tutta la nostra società, vuole indagare il tema della rigenerazione e della rinascita a partire da un discorso di tipo formale, che si muove attorno a generi cinematografici molto diversi tra loro, per inoltrarsi successivamente in territori tematici lontani e poco decifrabili, tra esigenze di resistenza e necessità di catarsi. E dunque presentiamo una selezione di film che mettono in scena la palingenesi come resistenza di uomini/libro (Truffaut), come ricerca incessante della grazia (Malick), come deflagrazione comica (Monthy Pyton), come irrefrenabile passione amorosa dai contorni barocchi (Luhrmann), come rifondazione antropologica post-zombie (Romero), come ripensamento radicale dello spazio/tempo (Zemeckis), come riscrittura allucinata di un mosaico socio-territoriale (Nicoletti). Tutte storie che rompono una barriera per oltrepassare un confine ed immaginare in che forma rinascere, in che nuova direzione andare. La rigenerazione parte da una proliferazione di immagini e dalla forza che avrà il nostro sguardo di vedere quello che c’è subito dopo.

13 E 14 GIUGNO – LAMPI SULLA SCENA – LEZIONI DI STORIA DEL TEATRO

1. Fahrenheit 451 (Francia, 1966, 112’) di Francois Truffaut
2. The Tree of Life (Usa/Italia, 2011, 138’) di Terrence Malick
3. Monthy Pyton – Il senso della vita (Uk, 1983, 107’) di Terry Jones
4. Romeo+Giulietta di William Shakespeare (usa, 1996, 115’) di Baz Luhrmann
5. La notte dei morti viventi (Usa, 1968, 96’) di George A. Romero
6. Ritorno al futuro (Usa, 1985, 116’) di Robert Zemeckis
7. Giù dal vivo (Italia, 2009, 74’) di Nazareno Nicoletti

A CURA DI CLAUDIO DI PALMA E VESUVIOTEATRO

CAPODIMONTE, MANIFATTURA DELLA PORCELLANA
DAL 23 AL 30 GIUGNO

Programma provvisorio

mercoledì 23 giugno PRELUDI – HYBRIS da AA.VV.
con Stefania Rocca e atleti da definire
Musiche eseguite dal vivo da Massimiliano Sacchi (clarinetti), Annalisa Madonna (voce), Gianluca Rovinello (arpa), Marcello Giannini (chitarra ed elettronica), Pasquale Benincasa (percussioni)
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

giovedì 24 giugno L’INVENZIONE DEL VENTO
di Lorenzo Pavolini adattamento Antonio Marfella
con Stefano Jotti
produzione A.G. Spettacoli

venerdì 25 giugno PROVA
scritto da Roberto Azzurro e Paolo Coletta
con Rosaria De Cicco regia Roberto Azzurro produzione Suoni e Scene

sabato 26 giugno CAZZIMMA&ARRAGGIA
primo studio sulla passione
da un sogno di Fulvio Sacco, Napoleone Zavatto
corpi e voci Errico Liguori, Fulvio Sacco

domenica 27 giugno MARADONA CONCERTO
testi di Roberto De Simone, Ruggero Cappuccio e altri
con Claudio Di Palma
al pianoforte Danilo Rea
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

lunedì 28 giugno
DUE PUGNI GUANTATI DI NERO
con Federico Buffa e Alessandro Nidi – pianoforte produzione International Music and Arts

mercoledì 30 giugno
L’ALA DESTRA DEL DIO DI CUOIO
di Sara Bilotti e Luciano Melchionna
con Giandomenico Cupaiuolo
regia Luciano Melchionna
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro

dal 23 al 30 giugno MOSTRA FOTOGRAFICA
di Matteo Ciambelli


Mostre

BESTIARIO TEATRALE EMMA DANTE E LA COMPAGNIA SUD COSTA OCCIDENTALE

A CURA DI MARIA SAVARESE
IDEAZIONE VERTIGO ASSOCIAZIONE CULTURALE, IN COLLABORAZIONE CON COMPAGNIA SUD COSTA OCCIDENTALE, ATTO UNICO, CARNEZZERIA S.R.L., COMUNE DI NAPOLI – ASSESSORATO ALLA CULTURA E TURISMO, CON IL CONTRIBUTO DI COSMOPOL S.P.A. E DE VIZIA TRANSFERT S.P.A.

INAUGURAZIONE 12 GIUGNO 2021, ORE 17
DAL 13 GIUGNO AL 10 LUGLIO 2021
APERTA DAL MERCOLEDÌ AL SABATO DALLE 11 ALLE 18, CHIUSO LA DOMENICA

REFETTORIO DEL CONVENTO DI SAN DOMENICO MAGGIORE
VICO SAN DOMENICO MAGGIORE, NAPOLI

INGRESSO GRATUITO

Oggetti di scena, fotografie, locandine, bozzetti delle opere liriche: la mostra Bestiario teatrale. Emma Dante e la Compagnia Sud Costa Occidentale, il cui titolo prende spunto dall’omonimo libro edito da Rizzoli, apre per la prima volta uno scorcio sull’universo teatrale della regista e drammaturga italiana a circa vent’anni dalla costituzione della Compagnia Sud Costa Occidentale, la cui sede è in una ex fabbrica di scarpe dietro i Cantieri Culturali della Zisa a Palermo. La casa del teatro di Emma Dante si chiama la Vicaria, un luogo magico all’interno del quale, oltre a studiare il teatro attraverso un laboratorio permanente, si sono sviluppati dibattiti, rassegne, performance, ed in cui è custodito tutto il materiale inedito esposto per la prima volta per il Napoli Teatro Festival Italia. L’allestimento espositivo, caratterizzato da un’impostazione volutamente teatrale, rappresenta una trasposizione visiva del lavoro creativo della Dante e ripercorre, attraverso gli oggetti – simbolo, la narrazione di tutti gli spettacoli in un percorso volto ad evidenziare i temi cari alla regista come la famiglia, l’emarginazione, l’infanzia e la sua componente ludica.


SYNAESTHET X

DI VINCENZO FIORILLO E PAOLO IAMMARONE
MUSICHE ORIGINALI IVO PARLATI

CAPODIMONTE, SALA CAUSA
DAL 12 GIUGNO ALL’11 LUGLIO

SYNAESTHET X, è un progetto artistico di Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo, frutto della fusione di “X” e “Vedere il Suono”, due progetti concepiti in origine separatamente. La fusione dei due porta alla nascita di SYNAESTHET X, che consiste in un percorso sensoriale, dove il suono e l’immagine si mescolano per dar vita a un’esperienza coinvolgente e stimolante.
-X: Attraverso le sue opere Paolo vuole raccontare uno degli aspetti della donna che da sempre lo ha affascinato, quel mix di bellezza, grazia e leggerezza, che sa mescolarsi alla forza e la pericolosità quando necessario.
Le opere sono spesso degli assemblage e attraverso la materia cerca di raccontare i maltrattamenti, le mortificazioni, e le ingiustizie che da sempre hanno subito le donne, utilizzando stratificazioni di pitture, colle o tessuti per accentuare quella sensazione di trappola che la materia stessa ci suggerisce.
La figura della donna resta sempre leggibile, a volte in modo tridimensionale, a volte sotto forma di silhouette o in altri casi cerca di far venir fuori alcune parti del suo corpo, come se volesse riemergere con tutta la sua forza dagli impedimenti subiti.
In rappresentanza della donna ha scelto un’icona globale della nostra contemporaneità, la Barbie.
Come ben sappiamo, definirla una bambola sarebbe riduttivo visto che nei suoi lunghi anni di vita è riuscita ad abbattere ogni frontiera linguistica, culturale e antropologica. la Barbie rappresenta la resistenza, quella forza che non è mai mancata alla donna e che grazie ad essa è riuscita a farsi valere nel tempo.
Il pubblico entra in una camera buia come se fosse un ventre materno, una membrana. All’interno verrà invitato a stendersi su dei lettini (tipo chaise longue) che avranno delle testiere con altoparlanti incorporati e ognuno di esso sarà rivolto verso uno schermo di proiezione che riprodurrà le immagini della composizione sonora.
Nella stanza è presente la postazione del musicista che riprodurrà dal vivo la composizione creata in precedenza e basata sullo studio sinestetico di ogni singola opera esposta. Questa composizione è prettamente soggettiva, per questo il pubblico assistendo alla performance potrà liberamente creare il suo processo sinestetico. Non appena il musicista inizierà a produrre suoni attraverso una tastiera midi e una percussione elettrica, il pubblico vedrà apparire sullo schermo di proiezione le prime forme create dalle vibrazioni sonore.
Tutto ciò è possibile grazie a una videocamera che inquadra una piastra cosparsa di sale, che crea le forme causate dalla vibrazione sonora e trasmette in diretta le immagini sullo schermo di videoproiezione.
Alla fine dell’esecuzione sonora il pubblico sarà libero di poter chiedere al musicista di eseguire il suo SYNAESTHET X, in questo modo si conclude il percorso sensoriale.



MARIO BUONOCONTO RETROSPETTIVA

CAPODIMONTE – SALA CAUSA
12 GIUGNO – 11 LUGLIO

SCHEDA ARTISTICA IN AGGIORNAMENTO

IL TEMPO DELL'ATTESA

MOSTRA FOTOGRAFICA DI LIA PASQUALINO

CAPODIMONTE – SALA CAUSA
12 GIUGNO – 11 LUGLIO

SCHEDA IN AGGIORNAMENTO


MALURA

UNA MOSTRA DI SIMONA FREDELLA
A CURA DI CHIARA LOMBARDI

CAPODIMONTE – SALA CAUSA
12 GIUGNO – 11 LUGLIO

Malora: “perdizione, rovina, stato di grave dissesto”. In questa mostra è il corpo ad andare in malora. Protagonisti sono, infatti, i corpi di alcuni dei più noti autori/drammaturghi napoletani dal limitare dell’Ottocento fino ai giorni nostri, ritratti in un inusuale processo di de-composizione.
L’intento dell’artista è cercare di cristallizzare nel disegno la forza creatrice dell’universo immaginativo di ognuno di loro, che pulsa attraverso la materia organica divorandola, riplasmandola continuamente.
Quelli degli autori, sono corpi infestati, assediati ed insidiati da entità che essi stessi hanno ossessivamente evocato durante la loro esistenza, avendo amato, desiderato, sofferto; avendo vissuto immaginando e, dunque, avendo scritto.
I confini fisici cedono sotto i colpi dell’assedio, proclamano la resa sgretolandosi, sciogliendosi e lasciandosi rimodellare. Pelle, ossa, viscere si decompongono per poter essere ricomposte in un modo nuovo. Queste rovine putrescenti, ma fertili, gravide dei loro stessi parassiti, continuano a rigenerarsi nella distruzione. Il corpo “d’autore” continuerà a cambiare forma e potrà essere ri-scritto, o meglio, ri-disegnato da quegli stessi fantasmi che ora sono finalmente liberi di manifestarsi: nel ghigno sfrontato di un teschio che affiora da una crepa nel tufo; nell’ombra che per un attimo oscura i frammenti di uno specchio infranto; in un soffio che muove appena le tende in una stanza di un antico palazzo, di notte.
Tra quel che resta dei loro corpi, si potranno riconoscere: Eduardo Scarpetta, Raffaele Viviani, Eduardo de Filippo, Roberto De Simone, Manlio Santanelli, Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Ruggero Cappuccio e Mimmo Borrelli. Autori-attori, questi, dello spettacolo senza fine della rovina che va in scena nel ventre di Napoli: enorme corpo di madre in bellissima, struggente malùra


LE FORME DELL'ANIMA

A CURA DI MARINA TURCO

CAPODIMONTE, SALA CAUSA
12 GIUGNO – 11 LUGLIO

Il progetto si compone di 10/13 busti in terracotta e unisce due nuclei di produzione, uno dedicato al mondo antico e uno alla drammaturgia teatrale.
BUSTI ANTICHI: Omero, Apollo, Poseidon, Dioniso
“Questa prima parte del progetto celebra il versante mistico, sacrale, mitico di quel mondo da cui traggono vita anche l’atto teatrale e la scrittura drammaturgica. Non è tuttavia necessario formalmente creare un’unità concettuale fra le due parti dell’esposizione, sono piuttosto la spontanea linea produttiva che ho avuto piacere di osservare.
Il teatro si genera entro le forme rituali, con lo scopo di venerare, pregare o ringraziare gli dei per la stagione futura prima di radicarsi in un ordine proprio.
ll ciclo dedicato ai busti degli dei risponde all’intento di creare un più forte legame fra i volti e gli archetipi che li abitano; si tratta di volti di persone reali ritratte in un’immaginaria e giocosa corrispondenza con questo Olimpo interiore. Al canone classico subentrano l’imperfezione della natura, la ruga del tempo, le linee dell’anima, la peculiarità dell’individuo.”
Seconda sezione del progetto dedicata ai DRAMMATURGHI: Antonine Artaud, Samuel Beckett, Pier Paolo Pasolini, Jean Genet, Roberto de Simone, Shakespeare, Eugene Ionesco.
Nei giacimenti della mitologia classica c’è sufficiente materiale per collegare le immagini e i racconti del l’antichità ad un Olimpo rinnovato nei suoi riti e nei suoi linguaggi. Alcuni di questi drammaturghi riplasmano l’esperienza del rito, rendendolo elemento dialettico della condizione umana del tempo; altri rinsaldano il legame con il mondo antico costruendo su questa memoria arcaica le fondamenta di una nuova creatività o il motore drammaturgico di vari sviluppi narrativi.



ROSSO IMMAGINARIO IL RACCONTO DEI VASI CAUDIUM

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DEL SANNIO CAUDINO – MONTESARCHIO
12 GIUGNO – 11 LUGLIO

La Mostra Rosso Immaginario. Il Racconto dei vasi di Caudium, inaugurata l’8 Settembre 2013 presso il Museo Archeologico Nazionale del Sannio Caudino, ha nella sua essenza un sapiente connubio tra sofisticate tecnologie innovative e i vasi figurati rinvenuti nella necropoli di Montesarchio. Le immagini dipinte sui crateri a figure rosse databili al V-IV secolo a.C. costituiscono il punto di partenza per lo svolgimento di racconti su miti ed eroi del mondo greco. Il ritorno all’Olimpo di Efesto (il fabbro degli dei forgiatore delle armi di Achille), il dolore di Elettra sulla tomba del padre Agamennone, la partenza di Trittolemo sul carro alato per donare il grano all’umanità, sono solo alcune delle storie narrate attraverso video, olografie e proiezioni di immagini animate.
Il percorso della Mostra si snoda nelle celle del carcere borbonico del Castello, in una ambientazione insolita e suggestiva: di particolare efficacia è la prima installazione (le “Ombre della Sera”) che presenta, in una cella chiusa da una grata, numerosi crateri dalla cui imboccatura sporge la sagoma di una figura umana, ad evocare il rituale funerario peculiare della necropoli di Montesarchio, dove in ogni tomba era deposto un cratere. Nelle altre celle l’esposizione dei vasi dipinti offre l’occasione per narrare le storie a cui si riferiscono le singole immagini, che si snodano così in racconti coinvolgenti. In alcuni casi videoproiezioni effettuate direttamente sul cratere (minimapping) disegnano i profili, evidenziano e animano le figure con dinamici giochi d’ombre, integrando la narrazione con altri episodi determinanti per la comprensione dell’intero racconto.


PINO DANIELE MASCALZONE LATINO

MOSTRA A CURA DI GUIDO HARARI, ALESSANDRO DANIELE E MARCELLO PANZA
CATALOGO WALL OF SOUND EDITIONS

25 GIUGNO PROLOGO DELLA MOSTRA

MOSTRA DAL 18 SETTEMBRE AL 31 DICEMBRE
MADE IN CLOISTER
La mostra presenta per la prima volta in stampe di grande formato le fotografie più iconiche di Pino Daniele realizzate dai fotografi che lo hanno seguito più da vicino lungo l’intero arco della sua carriera. Molte le immagini apparse sulle copertine di dischi storici e molte pure quelle inedite, digitalizzate espressamente per questa mostra. A cominciare da alcuni ritratti giovanili scattati da Lino Vairetti degli Osanna per passare, seguendo uno sviluppo cronologico, alle immagini di Mimmo Jodice, Cesare Monti, Guido Harari e Luciano Viti.
La mostra è integrata da una soundtrack d’eccezione: i brani più storici di Pino Daniele saranno presentati in un’inedita chiave di ascolto, con stralci audio della sola voce e/o della sola chitarra isolate dal resto degli strumenti. La dimensione assolutamente intima di questo ascolto svelerà anche i respiri di Pino durante le varie esecuzioni. Al centro del chiostro sarà predisposta anche un’area “chillout” in cui i visitatori potranno godersi l’ascolto in una dimensione ancor più raccolta.
La mostra accoglierà l’installazione di alcuni oggetti e strumenti appartenuti a Pino Daniele, in particolare alcune sue chitarre rese celebri anche dalle copertine dei suoi dischi, fino al mandolino utilizzato per le registrazioni di “Napulè”, ai fogli scritti di suo pugno con le scalette dei concerti ecc.

“Pino Daniele & EdUardo De Filippo”
SABATO, DOMENICA E LUNEDI’ \ GUITAR SOLO PER TE \ UNA STRANA MAGIA
La mostra sarà anche l’occasione per rappresentare dal vivo un lavoro musicale inedito e mai pubblicato di Pino Daniele con 11 brani strumentali dedicati ad Eduardo De Filippo ed eseguiti con chitarra classica e quartetto d’archi (questi alcuni titoli: Este Fantasmos – I pensieri di dentro – Notturno Napoletano – Una strana Magia – Sabato Domenica Lunedì – ecc ecc).
Il concerto sarà eseguito sulle partiture originali da una piccola orchestra d’archi proveniente del conservatorio di Napoli, che accompagnerà le melodie della chitarra di Pino grazia all’ausilio delle registrazioni su multitraccia.
Un progetto in collaborazione con la Fondazione De Filippo che arricchirà il concerto con un reading di Mariangela D’Abbraccio.
“Pino Daniele. a Beautiful Love” – Concerto di Rita Marcotulli ed Elisabetta Serio:
Reinterpretazioni strumentali a due pianoforti di celebri brani di Pino Daniele con l’aggiunta della voce di Pino estratta dalle registrazioni originali di alcuni storici brani come “Quando”, “Terra Mia”, “Napule è”



Osservatorio

DOV'E' LA VITTORIA

DI FERRO | MARTINO | POSTIGLIONE
REGIA GIUSEPPE MARIA MARTINO
AIUTO REGIA DARIO POSTIGLIONE
CON MARTINA CARPINO, LUIGI BIGNONE, MANUEL SEVERINO
LUCI SEBASTIANO CAUTIERO
SCENE CARMINE DE MIZIO
COSTUMI FEDERICA TERRACINA
UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE CASA DEL CONTEMPORANEO
ORGANIZZAZIONE BESTAND CHIARA CUCCA
PRODUZIONE TEATRO DI NAPOLI – TEATRO NAZIONALE | CASA DEL CONTEMPORANEO

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
12 GIUGNO
DEBUTTO

Vincitore al premio L’Artigogolo e pubblicazione della casa editrice ChiPiùNeArt | Menzione Speciale per la migliore attrice (Martina Carpino) al premio Nuove Sensibilità 2.0 del Teatro Pubblico Campano | Premio del pubblico al Festival Inventaria 2019.

Tre attori sono nel pieno di un processo creativo: la costruzione di un personaggio controverso, a tratti grottesco, imprendibile – Vittoria Benincasa, leader di un partito di estrema destra candidata alla presidenza del Consiglio. Vita, travestimenti, ascesa di una populista: una cattiva da fumetto che prende progressivamente corpo e si fa pericolosamente reale.

“In questa storia emblematica, c’è qualcosa di più inquietante del ritratto di una trasformista. C’è l’identificazione di una specie di animale politico, la stessa che negli ultimi anni si sta affermando in tutto il mondo.”
Dalla prefazione al testo di Edoardo Erba.

Note di Regia – La parabasi e la poesia acida del fumetto
Volevamo far ridere ma forse abbiamo fallito. Man mano che lo svolgevamo, l’argomento ci bruciava tra le dita: l’attualità ci dava conferma dell’assurdo che fantasticavamo. Di conseguenza l’umorismo si faceva più nero del previsto, la farsa virava verso il grottesco, la commedia diventava indigesta e corrosiva. Di fronte a una realtà che si fa parodia di se stessa, la satira contemporanea ci è parsa un genere compromesso e consolatorio, e allora siamo andati a fondo con questo disagio. Vorremmo che le risate del pubblico finissero con un rospo in gola.
Abbiamo proiettato il nostro disagio sui personaggi-attori e ci siamo interrogati sull’efficacia della ricerca estetica quando è messa a reagire con componenti acide. Il metateatro è stato per noi soltanto un dispositivo formale per parlare del nostro tempo, del nostro mondo politico e della deriva populista e destrorsa presa dai governi della civile Europa. Ci siamo sforzati di sospendere il giudizio durante tutto il processo di scrittura, con l’intenzione di rimandarlo al pubblico – se nella commedia attica, nelle pause tra una scena e l’altra, l’attore si toglieva la maschera per inaugurare il momento della parabasi, la nostra scelta è quella di dilatare e sviluppare questa pratica. Provocare per stimolare un pensiero critico sul proprio presente, per innescare una presa di coscienza. Certo ci siamo schierati, ma soltanto contro.


CALA' - L'ULTIMO FILO

PROGETTO E REGIA GIUSY MELLACE E FRANCO ECO
SCRITTURA SCENICA MARCO CICONTE E GIUSY MELLACE

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
14 GIUGNO
DEBUTTO

Tra leggende e miti, si narra che tra il Tirreno e lo Jonio nacque un lembo di terra di una tale bellezza, superba e imponente, che i popoli dai paesi lontani, venuti a conoscenza vollero vederla ed impossessarsene, così facendo, provocarono l’ira degli Dei che chiesero alla Parche di tessere il filo del destino. Ogni filamento rappresentava l’ostacolo, il sortilegio, l’amaro fato da dover subire ed affrontare, così da tener lontano coloro che avrebbero voluto abitarla.
Nasce Calà, un’anima nera, cupa dai colori spenti, trapassata di stimoli brucianti, che lasciano le scie contese e smorzate dall’ombra e dai giochi contesi.
L’aria stessa risulta essere increspata di presenze, verso una metaforica simbiosi di natura e uomini, tutto rimane disperso, allarmato, preso in una deformazione ossessiva ed impietosa. L’unica salvezza resta il Rito della Madonna Nera, il “Voto” come elevazione di perdono e riscatto, che abbandona la leggenda come un sogno inquieto inseguita dalla disperazione, ed affronta la notte come ultimo riscatto di liberazione.
La lunga notte della processione, rappresenta il viaggio della salvezza, del perdono del riscatto sociale. Delirio convulso di un’atmosfera appannata, onirica, carica di voci nell’attesa dell’ignoto, che si presenta come un beffardo teatrino che inganna con i suoi fili l’amaro destino.
Una cruda pagina impietosa che tiene legata Calà alle sue trame, peccatrice di leggerezza, fatta di una vita dissoluta ricamata dalle vecchie streghe, che l’hanno condannata per la sua bellezza. Uno scontro tra rassegnazione e il male, L’altra faccia della stessa medaglia, che non ha sconti neanche dal figlio, mortificata con la violenza, perché incapace di lottare di denunciare i deturpamenti subiti.
Manca l’ossigeno, quello buono, fatto di aria pura.
Unica luce resta il perdono, come slancio di pentimento chiesto alla Madonna Nera, il Voto diventa il vero protagonista, che richiede l’ultima rinuncia; recidere il Filo del Male.
I personaggi sono tutti in primo piano, si trascinano da una parte all’altra, in maniera convulsa, spesso si muovono come bestie in vista della preda, non hanno postura dritta ma portano il peso delle loro sofferenze. Sullo sfondo in dissolvenza il paesaggio che aspetta di essere messo a fuoco.
I diversi linguaggi, sottolineano il tempo passato che si rivolgono al futuro, con termini in disuso ma sempre carichi di forti emozioni, che rimandano ad una mescolanza di cadenze che legano e tramandano la storia come in un quadro che si eleva con pennellate di chiaro scuro, per essere osservato e raccontato.
Un inno al coraggio di lottare, un’esortazione alla parola come denuncia della libertà negata fatta di legalità e giustizia.



IL MIO NOME E' CASSANDRA

SCRITTO E DIRETTO DA FEDERICA BOGNETTI
CON FEDERICA BOGNETTI
ISPIRATA DA RUDOLPH STEINER, GEORGE STEINER, PLATONE, ANTON CECHOV, FRANZ KAKFA

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
16 GIUGNO
DEBUTTO

All’incontro con il teatro e con l’arte una verità irrinunciabile si impossessa dell’essere umano senza più abbandonarlo. Non potrà più fare a meno della bellezza, astenersi dalla creazione. Vorrà raccontare storie con o senza voce, con o senza corpo, con o senza parole.
Nell’antica Grecia il teatro si trovava tra il tempio e il mercato, una linea verticale univa il basso all’alto, e questo è il ruolo dell’artista: essere il tramite tra la Verità più alta e la vita quotidiana. Un canale verso l’eternità.
Bisogna spegnere questa voce o lasciare che invada il nostro essere?
In questo spettacolo un’attrice denuncia lo Stato per violento abbandono e recita la sua ultima parte creando un vaticinio: la sparizione della voce dell’arte.
Il progetto mette l’attenzione sul ruolo dell’artista. Al centro la figura dell’attore-creatore che sviluppa il suo multiforme ruolo e che nella consapevolezza di una finzione riesce a parlare di verità al cuore dell’uomo. Diventa personaggio che da’ voce a parole non sue, griot/tramandatore di storie, colui che tiene in vita le parole, canale con il Creatore. Sacerdote di un rito vivo con un interlocutore vivo, rito che non può esistere se non c’è qualcuno che ascolta.
Lo spettacolo si sviluppa su diversi piani.
Il prologo resta sul filo tra il Mito e una realtà che si va svelando. La donna parla della Parola e della Voce. Racconterà di storie che narrano delle Muse e di un canto, di una Voce che si impossessa di tutti gli esseri umani.
La protagonista di appellerà alla forza delle lettere che chiesero al Creatore di generare l’Universo. Queste lettere che diventeranno parole sono le forze che regolano il mondo invisibile, che danno energia all’uomo, che si manifestano nella vita fisica.
Ma se la profetessa/griot dimenticherà noi potremo ricordare, tramandare?
Se lei sparisse la verità, la bellezza, la creazione sopravviveranno come desiderio nel cuore dell’uomo?
“Diventerò come una Sirena che ha un’arma ancora più fatale del suo canto:
il silenzio” (F. Kafka)


UNA CONFESSIONE MEMORIE DI UN ERMAFRODITO

CON OLIVIA MANESCALCHI, ALESSANDRO QUATTRO E MARTA CORTELLAZZO WIEL
MUSICHE PURCEL, VIVALDI, PART ESEGUITE DAL VIVO DA PAOLO CIPRIANO
VIDEO ANNASOFA SOLANO
REGIA MARIA GRAZIA SOLANO

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
18 GIUGNO
DEBUTTO

Testo tratto dal diario di Herculine Barbin, ritrovato la prima vota nel 1874, in una nota rivista di medicina. Michel Foucault scopre il documento straordinario per la sua ricerca sull’ermafrodito nelle varie culture, e lo pubblicò mantenendo l’autenticità del diario ma aggiungendo tutta la parte clinica del caso straordinario.
Il decorso drammatico di un’esistenza che si scontra con una società intransigente che cataloga e distrugge. “Il mio arrivo a Parigi segna una nuova fase della mia duplice e bizzarra esistenza. Cresciuto per vent’anni tra fanciulle, fui prima e per due anni cameriera. A sedici anni entrai in qualità di allieva maestra alle. Scuole normale di…A diciannove ottenni il diploma di abilitazione; dopo qualche mese dirigevo un pensionato assai noto nel circondario di… Ne uscii a ventuno anni. Era d’aprile. Alla fine dello stesso anno mi trovavo a Parigi”.
Questo racconto in forma diaristica fu pubblicato per la prima volta nel 1874, in una rivista medica, ed è stato scoperto da Michel Foucault come un testo fondamentale nelle ricerche che egli sta compiendo sul ruolo dell’ermafrodito nelle varie culture.
Quindi una storia vera, un diario, di una ragazza cresciuta e creduta tale fino a quando scoperta ermafrodito, la società le impone di cambiare la sua identità civile in quella maschile.
Non riconoscendosi nell’identità che le viene imposta, decide di togliersi la vita.
Ho sentito l’esigenza di mettere in scena un testo più che mai attuale, dove si racconta la violenza con cui la società cerca di definire l’identità sessuale di un individuo, senza tener conto delle sfumature dell’essere umano.
In scena tre attori ed un musicista che funge tappeto da sonoro legando la narrazione tra passato e presente.



L'INEDITO .INPRO

PROGETTO E REGIA YANN VAN DEN BRANDEN
CON MARTINA DI LEVA, DIEGO PURPO, GIORGIO ROSA, MASSIMO MAGALDI
CAST IN VIA DI DEFINIZIONE
MUSICA DAL VIVO, COSTUMI E SCENOGRAFIA COFFEE BRECHT

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
20 GIUGNO
DEBUTTO

Inedito è per definizione qualcosa che non è ancora stato visto, letto, recitato. Così Coffee Brecht dà vita ad uno spettacolo magico, che vivrà solo ed esclusivamente quella sera, con la magia della cornice, la potenza degli attori ma soprattutto il contributo del pubblico, chiamato a suggerire parole, colori, emozioni che facciano da miccia per le nostre storie. Ogni spettacolo di improvvisazione porta con sé la peculiarità più intrinseca dello spettacolo dal vivo: la magia del rito, assistere ad un evento che non si ripeterà mai uguale al precedente, ancor di più se quella sera si recita “a soggetto”.


ALLUCCAMM

DI LUCA PIZZURRO
REGIA LUCA PIZZURRO
MUSICHE ORIGINALI ENZO GRAGNANIELLO
ATTORI ANDREA FIORILLO, MAURO COLLINA
COSTUMI GRAZIELLA PERA
COREOGRAFIE LUANA IAQUANIELLO
AIUTO REGIA SANDRO GALLO
PROGETTO SCENOGRAFICO FABRIZIO PIERGIOVANNI
PRODUZIONE ELLEGIPÌ TEATRO 20
UFFICIO STAMPA GABRIELLA GALBIATI

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
22 GIUGNO
DEBUTTO



CABARET COLETTE
UN PROGETTO DI E CON VALENTINA CURATOLI E ARIANNA D’ANGIÒ
MUSICHE DI FABRIZIO ELVETICO
VIDEO DI LOREDANA ANTONELLI
UNA PRODUZIONE INTERNO 5
CON IL SOSTEGNO DI TEATRI ASSOCIATI DI NAPOLI/C.RE.A.RE CAMPANIA – CENTRO RESIDENZE ARTISTICHE DELLE REGIONE CAMPANIA E STUDIO TRISORIO.
CON IL PATROCINIO DI INSTITUT FRANÇAIS NAPOLI

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
24 GIUGNO
DEBUTTO

Cabaret Colette è un progetto che nasce da un lungo studio sull’opera e la vita della scrittrice francese Colette.
La sua figura, in conflitto con i primi movimenti femministi, ha custodito attraverso gli anni un messaggio di emancipazione femminile profondamene sovversivo, più potente di qualsiasi ideologia, capace di parlarci oggi più di allora. Colette ci insegna che il genere è impuro. Le sue scelte disintegrano ogni conformismo riguardo cosa debba essere o desiderare una donna. Il suo imperativo è diventare sé stessa, sfidando ogni tabù e diventando modello di liberazione anarchico ed esplosivo.
Cresciuta nella campagna della provincia francese, trasferitasi nella capitale come moglie di un famoso editore parigino, comincia a scrivere romanzi a firma del marito e inventa il personaggio letterario di Claudine, adolescente timida e irrequieta, dando vita ad uno dei maggiori best sellers seriali francesi di tutti i tempi. Decide poi di lasciare il marito e di guadagnarsi da vivere come attrice e mimo del music Hall, frequenta gli ambienti intellettuali omosessuali parigini di inizio secolo, intreccia una relazione appassionata con una lesbica travestita appartenente all’alta nobiltà francese, si sposa altre due volte, ha una figlia , diventa giornalista e corrispondente dal fronte durante la prima guerra mondiale, ma soprattutto è una delle più importanti scrittrici francesi, onorata da funerali di stato, tra le proteste dei benpensanti indignati.
Abbiamo immaginato di incontrare Colette per strada, una sera, di assistere a quella che forse è stata la più importante frattura della sua vita: la separazione da primo marito, la decisione di partire con una compagnia di music hall, la tentazione regressiva di tornare all’amore materno. Da questa frattura si scatenano forze che la porteranno a vivere la sua vita come un grande esperimento e che faranno esplodere i fuochi d’artificio della sua scrittura.

IO SO E HO LE PROVE

(LA CONVERSIONE DI UN EX-MANAGER BANCARIO)
LIBERAMENTE TRATTO DALL’OMONIMO LIBRO DI VINCENZO IMPERATORE (ED. CHIARELETTERE)
TESTO, REGIA, CON GIOVANNI MEOLA
E CON MUSICHE ORIGINALI DANIELA ESPOSITO
ASSISTENTE ALLA REGIA ANNALISA MIELE
REGISTA ASSISTENTE, COSTUMI CHIARA VITIELLO
SCENOGRAFIA MONICA COSTIGLIOLA, ANGELO DE TOMMASO
FOTO DI SCENA NINA BORRELLI
UFFICIO STAMPA PAOLA AMORE, GABRIELLA GALBIATI

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
26 GIUGNO

Il libro della prima gola profonda del mondo bancario italiano, Vincenzo Imperatore, IO SO e HO LE PROVE, con svariate decine di migliaia di copie all’attivo, è stato uno dei casi letterari degli ultimi anni.
Lo spettacolo, libero adattamento dal titolo omonomo, racconta la ‘conversione di un ex-manager bancario’ che, dopo un quarto di secolo al servizio della più importante banca italiana, ne è uscito denunciandone tutte le nefandezze, comuni all’intero settore bancario nazionale ed internazionale negli ultimi due decenni.
In questo monologo non ci sarà, però, un solo corpo in scena, bensì due: affianco all’attore, una musicista e rumorista, nonché attrice muta.
La messinscena diventa così un racconto per corpo e parole ma anche per suoni e rumori, un incontro a volte sopra le righe, altre volte ironico, altre ancora serrato e diretto.
IO SO e HO LE PROVE non è quindi del tutto un monologo, la sua drammaturgia scenica si avvale di un’altra presenza in grado di incarnare in maniera più o meno indiretta, attraverso suoni, vocalizzi, e composizioni musicali originali, personaggi e ‘segni’ che l’epopea dei due decenni di esuberanza e scelleratezza bancaria senza freni ha creato, andando poi a sbattere nella grande crisi del 2008.
Un lavoro urgente, in questo momento storico, nel quale migliaia di risparmiatori devono fare i conti con i default dei loro istituti bancari.
Enzo, di estrazione popolare ma ambizioso, si trova al posto giusto nel momento giusto: la deregulation del sistema bancario.
In questo modo, fa carriera e soldi per più di vent’anni.
Poi… la conversione.
Che, come tutte le conversioni, è irta di ostacoli, contraddizioni, difficoltà.
Ma Enzo è ostinato e vuole diventare un uomo diverso e perciò crea un’azienda che difende dagli abusi delle banche. Così ora si trova ad accompagnare un suo cliente, un imprenditore vessato dalla propria banca ma che ha bisogno vitale di un fido, ad un incontro con una funzionaria piacente, alta e snella, una di quelle serialkiller per le quali lui, da manager, stravedeva (…perché le femmine sanno come far mettere una firma molto più di noi uomini).
Enzo riuscirà ad evitare al suo cliente la sorte che lui, inesorabilmente, faceva fare invece, a parti invertite, a imprenditori come quelli, contribuendo così alla distruzione dell’economia reale?



CARMINE VERRICELLO UNA STORIA VERA

TESTO E REGIA ALBERTO MELE E MARCO MONTECATINO
CON RENATO BISOGNI, CECILIA LUPOLI, MARCO MONTECATINO
COSTUMI ELENA SORIA
DISEGNO LUCI TOMMASO VITIELLO
RESTANTE CAST TECNICO E ARTISTICO IN VIA DI DEFINIZIONE

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
28 GIUGNO
DEBUTTO

Attraverso la voce di Carmine Verricello, un fruttivendolo di quasi trent’anni di Camposano a Valle, paesino della provincia napoletana, abbiamo deciso di raccontare l’oblio e la solitudine che oggi non è più solo prerogativa delle grandi città, ma si è innestata e radicata anche nelle piccole comunità, diventando una questione universale non più ascrivibile soltanto a quella parte di mondo più progredita e tecnologica. Siamo partiti dall’ispirazione dataci dal film del 2007 “Lars e una ragazza tutta sua” di Craig Gillespie, in cui il protagonista, un ragazzo sui generis interpretato da Ryan Gosling, comincia una relazione con una Real Doll, riuscendo con la sua fanciullesca umanità a scalfire la pur giustificata coltre di diffidenza degli abitanti del suo paesino nel Wisconsin.
La vita di Carmine si dipana fra il rapporto con suo fratello Pasquale – agricoltore arcigno rimasto vedovo a 31 anni – e il suo lavoro al mercato di San Severo, in cui instaura quotidiane conversazioni con i clienti, dove spende le sue idee sulla vita e sul mondo attraverso pittoreschi soliloqui travestiti da amene chiacchierate. Nella sua vita fa capolino Oxana, una Real Doll dalle origini ucraine, di cui Carmine si professa innamorato, raccontando della loro conoscenza e del loro rapporto omettendo la verità. Un giorno decide di presentarla a suo fratello – dopo sue varie insistenze – presentandosi a cena con lei. Da qui in poi, la storia di Carmine funge da cartina di tornasole per l’umanità che ci interessa raccontare, un’umanità che appare sorpresa della sua stessa fragilità e dai rapporti sempre meno improntati sul “sentire”; per il gran senso di solitudine che fatichiamo ad interpretare, rifugiandoci sempre di più dietro un velo di politically correct invece di imparare ad accettare una vita che possa non rientrare in questa moderna iper-canonicità fatta sempre più di “cose possedute e viste”, piuttosto che di esperienze e cultura dell’altro. Abbiamo profondamente lavorato nell’analizzare quanto “l’altro” stia, a nostro parere, risultando sempre di più il problema e non l’opportunità. In una cultura sempre più cullata dalla paura, anche la morale diventa un’arma negativa, relegando la scelta fra un comportamento sbagliato ed uno giusto ad un semplice timore nell’essere giudicati da un’orda di giudici che, spostatisi dalle finestre ai monitor, finiscono per risultare ancora più gretti, ancora più insulsi.
Nel prosieguo della nostra storia compare Alice, una dolce ragazza all’apparenza tutta casa e chiesa che, innamoratasi di Carmine, finisce per entrare in competizione con l’erotismo e la spregiudicatezza di Oxana, dando vita ad una romantica, complicata e a tratti divertente battaglia per accaparrarsi l’amore del giovane fruttivendolo.


SCONOSCIUTO. IN ATTESA DI RINASCITA

DI E CON SERGIO DEL PRETE
ELABORAZIONI SONORE E MUSICHE DAL VIVO FRANCESCO SANTAGATA
SCENE E DISEGNO LUCI CARMINE DE MIZIO
COSTUMI ROSARIO MARTONE
ORGANIZZAZIONE NAPOLEONE ZAVATTO
REGIA SERGIO DEL PRETE
AIUTO REGIA RAFFAELE AUSIELLO

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
30 GIUGNO
DEBUTTO

Un uomo. Un uomo al centro della scena, al centro della storia, al centro del mondo, ma non al centro di se stesso. In questo flusso, che è SCONOSCIUTO. IN ATTESA DI RINASCITA, un non-mitico Edipo si è già accecato. Se il celebre predecessore lo ha fatto una volta vista la verità, qui invece lo fa prima ancora di vedere, prima ancora di vivere. È la paura che acceca, la paura di non poter superare i fantasmi, gli schemi, le aridità reiterate della provincia. Della periferia. Di quel luogo dell’anima dove ci sentiamo esclusi, non voluti, inadatti, inadeguati. Non è uno spazio, ma un vizio dell’anima. Un uomo circondato da specchi mentali, circondato quindi dalla realtà, una realtà che non riesce più a guardare dal momento in cui fa una scoperta che gli cambia estremamente la visione della propria vita. Da una banale discussione tra i suoi genitori, tra una madre amata, che riverbera negli occhi di tutte quelle donne che (indipendentemente dalla loro forza) sono vittime della vita e un padre odiato che si vorrebbe simbolicamente uccidere, per uccidere quel seme di provincia che si sa di avere dentro, nel sangue, nel DNA, un padre odiato perché (a ragione o a torto) si vede riflessa nei suoi occhi la nostra inadeguatezza o presunta tale, viene a sapere che la madre, prima che lui nascesse, ha subito un aborto. Ecco la scintilla, ecco il pensiero che gli cambia la vita. “Io potevo non esistere, potevo non nascere. Dove sarei stato? I miei pensieri, dove sarebbero stati?”. Da un lato, un feto non nato, una rosa di potenzialità. Dall’altro, un feto rabbioso di paura, nato, vivo ma che si percepisce come aborto. Aborto provvisorio perché in cerca di conferma in un vizioso giochi di specchi: “Ci sono perché tu non ci sei stato? Ci sono perché mi avete voluto?”. Un flusso vulcanico, un dialogo aperto, un’invettiva nei confronti di suo fratello che non è nato, incolpandolo di averlo ucciso nel momento della sua morte. Un fratello che non nascendo, lo “costringe” a nascere, facendogli vivere una vita all’insegna dell’incomunicabilità familiare, una vita border line, in una periferia dimenticata da Dio e dagli uomini. Circondato da brutture, non riesce più a vedere la bellezza, la bellezza delle sfumature, la bellezza della semplicità, la bellezza nascosta dentro se stessi. “tu mi hai ucciso nel momento in cui sei morto non nascendo.”, questo il suo pensiero di fondo rivolto al fratello, attraversando i punti focali della sua vita, contornata da solitudine, la voglia di essere accettati, la voglia di rinascere in un mondo migliore. È uno sconosciuto, sconosciuto a se stesso e al mondo, in cerca di una verità che non riesce più a guardare. Rifugiandosi tra le braccia di Marta, una massaggiatrice, ritrova sprazzi di felicità emotiva, non avvertendo alcun giudizio, ma sentendo la vicinanza ad un’anima abbandonata come lui. Marta è la chiave di volta, è lo sprono alla bellezza, nonostante tutto. Uno sconosciuto metafora di vite non abituate più a guardare, ad approfondire, ad ascoltare. Uno sconosciuto simbolo di una estrema voglia di vita e di parole dolci. Solo il mare, la cui brezza è un sorriso (illusorio?) di speranza e bellezza, ci apre i polmoni e ci fa lanciare gli occhi oltre la paura. Un mare-madre, dove a nuotare però sei tu solo, con la paura che si fa sorriso. Anche perché, a volte “Bisognerebbe avere il coraggio dei ragazzi che si lanciano dagli scogli per tuffarsi ed essere accolti”. In fondo è ciò che desideriamo tutti nella vita: essere accolti.



VITE DI GINIUS

SCRITTO, DIRETTO E INTERPRETATO DA MAX MAZZOTTA
ASSISTENTE ALLA REGIA ANGELA CANDREVA
RESPONSABILE TECNICO/SCENOGRAFIA GENNARO DOLCE
COSTUMI GIADA FALCONE/MOEMA ACADEMY
CONSOLLE LUCI/VIDEO GAETANO BONOFIGLIO
CONSOLLE AUDIO SERAFINO SPROVIERI
PRODUTTORE ESECUTIVO/AMMINISTRAZIONE GIANLUIGI FABIANO
ORGANIZZAZIONE IRIS BALZANO
PRODUZIONE LIBERO TEATRO

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
2 LUGLIO
DEBUTTO

Vite di Ginius è la storia di un’anima che, per risolvere il suo ciclo di reincarnazioni, compie un viaggio attraverso le sue vite precedenti.
Lo spettacolo è una metafora visionaria in versi e prosa. Il verso con il suo scorrere fluido e musicale descrive il soprannaturale con leggerezza accompagnando l’anima verso i molteplici stadi dell’essere. La prosa con la sua immediatezza sprona il pubblico a calarsi nel ricordo delle vite terrene del protagonista.
Si potrebbe definire il testo anche come una Tragicommedia ironica e romantica che usa il metafisico per affermare il valore dell’esistenza.
Ginius muore, l’esperienza della vita è giunta al capolinea, ma un’altra peregrinazione s’affaccia da uno spazio-tempo a noi sconosciuto, è l’anima di Ginius che abbandona il corpo morto per intraprendere un viaggio di purificazione e consapevolezza.
L’anima si ritrova nella barca di Caronte in mezzo ad un fiume scuro. Qui inizia a percepire una misteriosa voce, una benefica presenza che la guida nel superamento delle tre dimensioni spaziali e di tutta la materia conosciuta. La aiuta ad andare oltre il tempo concepito dai mortali, ad essere lei stessa tempo che trapassa. Consapevole di se stessa l’anima di Ginius deve ora ricordare. Ripercorrere l’esperienza delle vite incarnate, anche se non tutte, anche se solo nei frammenti necessari; ricordare è essenziale per riconoscersi. Corpi diversi, epoche diverse, diversi destini, eppure tutti espressione di un’unica volontà spirituale, di un unico impedimento, di un unico karma. Il ricordo è la fase più dolorosa perché ogni vita ricordata è come se venisse vissuta in prima persona, e allo stesso tempo osservata come fosse una terza persona.
Lo spettacolo interseca due dimensioni del racconto e diversi stili linguistici. La dimensione soprannaturale è descritta attraverso i versi: un linguaggio poetico strutturato in canti di 4 versi in rima alternata e canti in terzine dantesche a catena. C’è una voce che guida Ginius nel suo percorso, una voce che pare avere lo stesso suo timbro, che viene da dentro e da fuori contemporaneamente e che spiega a Ginius come affrontare i passaggi evolutivi della sua esperienza in un luogo di riflessione e di comprensione. Ella fa esperienza per affermare se stessa, ricordare d’essere un’anima libera non più vincolata alla materia ed alle sue regole. Immagini astratte evocate dalla parola, luoghi metafisici e limbi sconosciuti. Si diventa: spazio, forma, tempo, si diventa vibrazione.
La seconda parte, molto più corposa e “teatrale“ della prima, utilizza un linguaggio in prosa più adatto al racconto di frammenti di vite vissute e storie di personaggi reali. Vengono attraversate quattro vite, quattro reincarnazioni di Ginius nell’arco di mille anni. Ogni storia s’interseca l’una nell’altra per mezzo del protagonista e dei personaggi ciclici che gli ruotano intorno.
L’anima rivive di ogni vita il momento che l’ha segnata e il cui marchio ne ha determinato il significato finale.


ULTIMO STRIP

DI E CON ROSSELLA PUGLIESE
AIUTO REGIA BEATRICE GATTAI
DIRETTORE TECNICO ERRICO QUAGLIOZZI
PRODUZIONE DENEB

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
4 LUGLIO

Una donna, le sue gambe, i suoi tacchi e tanti uomini. Tutti mischiati nella vita caotica e disordinata di lei. Devota alla sua missione lussuriosa, si descrive quasi come una santa convinta del suo ruolo. Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci accolga. Ne è orgogliosa e forse è l’unico posto nel mondo che ha trovato vuoto.
Nel raccontarsi, prima con convinzione, poi a cuore aperto tanto da far crollare le sue teorie, si percepisce quanto in realtà sia completamente inconsapevole di ciò che fa.
Una parola le balena in mente: “autodistruzione”
Tutte le volte, ogni uomo ruba una parte della sua coscienza, annebbiando ricordi, sorrisi, calpestando il suo tentativo di esistere.
Trova rifugio nell’unico uomo che non l’ha mai sfiorata, “il dottore”, come lo chiama lei. E tutto riaffiora.
Tanto intrappolata in questo circolo vizioso da non accorgersi di essere innamorata, da non ricordare nemmeno il volto dell’uomo che ha amato, tanto satura del vizio da non avere più posto per alcun sentimento. Amare o essere amata, non fa differenza, lei non se ne accorge, lei non c’è, lei non esiste.
Il suo ultimo strip è in realtà il suo primo tentativo di salvataggio.
ULTIMO STRIP è un monologo sfacciato e appassionato raccontato e vissuto dall’attrice che lo interpreta, senza freno alcuno, modernizzando il mestiere più antico del mondo. A volte sembrerà per lei una terapia, non per forza curativa, ma intesa più come svelamento, confronto o addirittura sfida verso colui che ascolta. Siamo davvero cosi pronti ad accettare quello che siamo o siamo sviati da desideri altrui, compiacimento ed emulazione?
La catarsi dell’attrice passa attraverso gli incontri autodistruttivi che lei stessa cerca al fine di immunizzarsi dal dolore per riscattarsi da una società guidata dal denaro, buono solo a comprare ciò che ha un prezzo, inservibile per l’acquisto di dignità perduta, amore sciupato, verginità troppo facilmente regalata.



DIO NON PARLA SVEDESE

DI E CON DIEGO FRISINA

AIUTO REGIA LUDOVICO BULDINI
DIRETTORE TECNICO ERRICO QUAGLIOZZI
PRODUZIONE ASSOCIAZIONE ALTRA SCENA

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
6 LUGLIO
DEBUTTO

Un uomo è al centro di un palcoscenico spoglio, un non-luogo, svincolato dal tempo e dallo spazio. Sa di trovarsi fisicamente nella casa dei suoi genitori, vede suo padre che punta contro di lui una pistola, vede sua madre a terra priva di sensi, ma non riesce a ricordare quanto è accaduto. È infatti affetto da una patologia ereditari a neurodegenerativa, la Corea di Huntigton, con la quale convive da sempre e che sembra essere responsabile di questa amnesia. In un flusso di coscienza apparentemente incoerente l’uomo ripercorre alcuni episodi della sua esistenza, nel tentativo di ricordare come è giunto a quello che si rivela essere l’ultimo istante della sua vita. Al centro di tutto c’è la malattia, vista come radice della propria sofferenza, ma anche come pretesto per poter essere liberi nell’unico modo veramente possibile: svincolati da ogni morale, da ogni tentativo di attribuire significati ad un qualcosa, la vita, che non ne ha. Il nichilismo diventa l’unica strada veramente meritevole di essere percorsa, di questo sembra volerci convincere il protagonista, come farebbe un profeta illuminato, attraverso un monologo violento che assume sempre più l’aspetto di una richiesta di aiuto, ma anche di un lamento disperato rivolto contro “i sani”, rei di essere schiavi delle loro paure, della loro codardia, incapaci di dire o fare quello che realmente sentono o vogliono, di pagare il prezzo che serve per non vivere nell’ipocrisia, nella menzogna, nell’illusione. In punto di morte però arriva la rivelazione: non ci sono sani o malati, ma è la vita stessa ad essere una malattia ereditaria trasmessa di generazione in generazione; una malattia il cui unico rimedio sembra essere rappresentato dalla morte.

GEMITO - L'ARTE D'O' PAZZO

SCRITTO E DIRETTO DA ANTIMO CASERTANO
CON ANTIMO CASERTANO, DANIELA IOIA, LUIGI CREDENDINO, CIRO KURUSH ZANGARO
ASSISTENTE REGIA LELLA LEPRE
COSTUMI ANTONIETTA RENDINA
SCENE FLAVIANO BARBARISI
REALIZZAZIONE SCENE GIOVANNI SANNIOLA
MUSICHE ORIGINALE MARCO D’ACUNZO E MARINA LUCIA
DISEGNO LUCI PACO SUMMONTE
FOTO DI SCENA NINA BORRELLI
UNO SPETTACOLO DI TEATRO INSANIA E ASS. CULTURALE NARTEA

CAPODIMONTE, GIARDINO DI PORTA MIANO
8 LUGLIO
DEBUTTO