dolore sotto chiave

dall’11 al 15 marzo 

Carlo CECCHI  Angelica IPPOLITO
DOLORE SOTTO CHIAVE
SIK SIK
L’ARTEFICE MAGICO
di Eduardo De Filippo
scene e costumi Titina Maselli
realizzazione scene e costumi Barbara Bessi
disegno luci Paolo Vinattieri
regia Carlo Cecchi
produzione Marche Teatro - Elledieffe
Dolore sotto chiave.
Lucia, sorella di Rocco, per molti mesi nasconde al fratello
– nel timore che questi possa compiere un atto inconsulto
- l’avvenuta morte della moglie Elena e finge di occuparsi
delle cure della donna, gravemente malata. Lucia impedisce
a Rocco di vedere la moglie, con la scusa che la sua sola
presenza potrebbe causare emozioni che potrebbero esserle
letali. Rocco, esasperato dalla interminabile agonia di lei, in
una crisi di rabbia entra a forza nella stanza della malata e la
scopre vuota. Lucia gli rivela l’amara verità: la moglie è morta
da tempo, mentre lui era in viaggio per lavoro. Comincia qui
un alternarsi di responsabilità e accuse fra i due fratelli; si
presentano, non voluti da Rocco, i vicini, per sostenerlo nel
lutto; infine Rocco rivelerà alla sorella i suoi segreti.
In Dolore sotto chiave torna in scena il tema della morte,
affrontato da Eduardo in tante sue opere, in chiave comica,
seria o semiseria: ma in Dolore sotto chiave questo tema
non è poi così centrale come potrebbe sembrare, la morte
non è la protagonista della vicenda. A tenere la scena non
sono le conseguenze della morte di Elena, ma una vita che
non è più vita proprio perché qualcuno ha deciso di sottrarre
quell’evento alle sue leggi naturali. La morte fa il suo corso –
sembra dire Eduardo – portando con sé un carico di lutti, ma
all’uomo non resta che affrontarla, perché anch’essa fa parte
della vita e cercare di negarla, di non riconoscerla, significa
negare la vita stessa. E non c’è mostruosità peggiore, dice
l’autore per bocca del suo personaggio, che bloccare il
flusso naturale dell’esistenza, sostituire la vita vera con
una artificiale e falsa, in cui anche i sentimenti, i dolori, le
emozioni risultano paralizzati
Sik-Sik l’artefice magico, atto unico scritto nel 1929, è uno
dei capolavori del Novecento. “Come in un film di Chaplin,
è un testo immediato, comprensibile da chiunque e nello
stesso tempo raffinatissimo. L’uso che Eduardo fa del
napoletano e il rapporto tra il napoletano e l’italiano trova
qui l’equilibrio di una forma perfetta, quella, appunto, di un
capolavoro.” Sik-Sik (in napoletano, “sicco” significa secco,
magro e, come racconta lo stesso Eduardo, si riferisce al
suo fisico) è un illusionista maldestro e squattrinato che
si esibisce in teatri di infimo ordine insieme con la moglie
Giorgetta e Nicola, che gli fa da spalla. Una sera il compare
non si presenta per tempo e Sik-Sik decide di sostituirlo con
Rafele, uno sprovveduto capitato per caso a teatro. Con il
ripresentarsi di Nicola poco prima dello spettacolo e con
il litigio delle due “spalle” del mago, i numeri di prestigio
finiranno in un disastro e l’esibizione si rivelerà tragica per il
finto mago ma di esilarante comicità per il pubblico. Con più
di 450 repliche solo a Napoli, lo spettacolo ebbe un successo
enorme. Eduardo reinterpretò Sik-Sik alla fine della sua
carriera; Recitò per l’ultima volta al Teatro San Ferdinando di
Napoli nell’aprile del 1979 e nel 1980, al Manzoni di Milano,
affiancato dal figlio Luca e da Angelica Ippolito, si ritirò dalle
scene dopo cinquant’anni di carriera. “Ricordo che partecipai
all’edizione del 1980 – ricorda Luca De Filippo in un’intervista
– Allora ero giovane, fu un momento bellissimo. Avevo già
fatto parti importanti, ma nel ruolo di Rafele riuscì per la
prima volta a far ridere mio padre”.