PROCESSO VIVIANI

DAL 25 GENNAIO

PROCESSO A VIVIANI

scritto e diretto da Corrado Ardone

con Mario Aterrano, Massimo Peluso

musiche ed arrangiamenti Michele Bonè

musiche originali e Fonica Peppe Bruno

chitarre Michele Bonè, Gennaro Esposito

scene Peppe Zarbo

Verso la seconda metà degli anni trenta lo strepitoso successo degli spettacoli della compagnia Viviani cominciò a scemare.
Siamo negli anni del regime rampante. Si è molto parlato dell'avversione del regime fascista e della lotta al dialetto. In realtà il teatro di Viviani basato spesso sulla realistica rappresentazione della miseria non era funzionale alla propaganda di regime.
Fu soprattutto il pubblico, composto di nuovi ricchi, desideroso di grandeur e di rassicurazioni a decretare l'ostracismo per un teatro che metteva scomodamente a nudo le realtà più drammatiche della convivenza umana. Con queste premesse il nuovo pubblico borghese infastidito "dagli stracci" disertò le sale dove recitava.
Lo accusarono di portare in giro "le vergogne d'Italia" Viviani non faceva più gli incassi di una volta e gli impresari lo relegarono sempre più in teatri periferici e secondari. Insomma Viviani si trovò a dover lottare per non far scomparire il suo teatro che fin dal 1937 il fascismo, e per esso Nicola De Pirro, a capo della Direzione generale del teatro, aveva deciso di squalificare culturalmente cominciando con l'escluderlo dalle piazze più importanti e dai teatri più popolari. Di seguito il teatro dialettale viene escluso dagli aiuti statali.

Un immaginario processo a Raffaele Viviani mette a nudo la sua vita, il suo percorso. Il drammaturgo deve difendersi dalle accuse rivolte dal giudice, reo di raccontare le miserie discreditando le politiche di governo.
L’arringa dell’autore attraverso aneddoti di vita, confessioni e performance tratte dal suo repertorio a difesa della sua innocenza, mette a nudo i diversi aspetti della sua eccentrica personalità. Soltanto il dopoguerra sentenziò l’inizio del neorealismo, che vide in tal senso Viviani, precursore dei tempi. Ma fu troppo tardi. L’autore fu costretto a sopravvivere facendo anche l’attore di compagnia. Quando finalmente riuscì a tornare al “suo” teatro, si ammalò poco dopo e morì. Le voci del popolo sentenziarono: “È muort’e collera”.