USCITA D'EMERGENZA

DAL 29 MARZO
USCITA D'EMERGENZA

di Manlio Santanelli

con Roberto Azzurro Fabio Brescia

regia Roberto Azzurro

Era il 7 Novembre del 1980. Sono passati quarant’anni. Fu uno spartiacque nel teatro italiano. Noi eravamo ragazzi, e dopo qualche giorno adolescenti in balìa di un terremoto. E un terremoto fu quella “Uscita di emergenza”, nel teatro italiano.

Ed è proprio da lì che ci sembra giusto ripartire, dalle parole con cui proprio Manlio Santanelli presentò quello che poi sarebbe diventato il suo capolavoro.

“In qualità di autore del testo qui presentato, non posso esimermi dal fornire almeno qualche chiarimento su una motivazione personale che ha finito per fare da cornice all’intera opera.

Si ha da sapere che ho trascorso la mia infanzia, e cioè dalla nascita ai vent’anni – sì, proprio venti: è sempre stata una mia prerogativa prolungare le stagioni della vita molto oltre i loro limiti normali: e tuttora, a quarant’anni suonati, nutro seri dubbi di essere uscito dall’adolescenza – come dicevo, si ha da sapere che ho trascorso la mia infanzia in una angusta magione di un ancor più angusto edificio del centro storico di Napoli.

Ma il destino, come nei migliori romanzi popolari, era in agguato. E, infatti, un brutto giorno due ingegneri del genio civile bussarono alla porta, entrarono, osservarono alcune lesioni alle pareti (che noi francamente avevamo considerato più che altro decorativo), e dichiararono inabitabili tre quarti della nostra abitazione.

Confinati nell’unica ala dell’edificio ancora immune dai tardivi ma inesorabili effetti della guerra, desolati assistemmo alla progressiva muratura di balconi e finestre da parte di maestranze che lavoravano cantando O sole mio. Fino a ritrovarci rinchiusi in una sorta di bunker, con l’incubo che anche quello un giorno o l’altro potesse crollarci sul capo.

Ma eravamo giovani e intraprendenti, e dopo un’iniziale titubanza durata non più di due anni trovammo il coraggio di trasferirci in una dimora meno angusta, ma un tantino più abitabile.

Ciò purtroppo non riesce ai due personaggi di questa Uscita di emergenza. Messi a dura prova da un’esistenza che ha lasciato loro soltanto l’amaro sapore della memoria, essi non sono in grado di esprimere altra volontà se non quella di spostarsi su e giù per l’unica stanza che costituisce il loro covo, in una smania di emigrare che però non li porta mai oltre la soglia di casa.

Minacce, sospetti reciproci, equivoci e travestimenti costituiscono ormai il loro tragico e ad un tempo clownesco sistema di affrontare il vuoto quotidiano.

Non aggiungo altro. Il resto va da sé, nel senso che ogni spettatore sarà libero di ritrovare nella commedia quegli umori che gli sono più congeniali, beninteso anche contro le intenzioni dello stesso autore.”

E dunque, immaginando di poter ritornare in scena proprio il 7 Novembre di quarant’anni dopo, io e Fabio Brescia dopo aver sognato per anni di interpretare questo testo teatrale, eccoci sullo start di un “chi è di scena” provvidenziale e meraviglioso, proprio a un palmo di naso dal sipario che sta per aprirsi di nuovo sulla tragica irriverenza, sulla dolorosa strafottenza, sull’abisso tragicomico appunto di Cirillo e Pacebbene, emblemi di un disastro esistenziale e psichico che nel letargo di clausura inevitabile e consapevole, con cui hanno dato nome e simbolo alle loro sfaccettate e oblique, epiche eppur poeticamente miserabili loro esistenze, si rintanano per fuggire da un mondo spaventoso, senza aver previsto che il loro mondo di dentro fosse ancor più spaventoso e macabro, ancor più dolente e irrecuperabile. Insomma, sprovveduti e testardi, eccoli lì ancora dopo quarant’anni a testimoniare che la vera tragedia a Napoli è provvidenziale, inevitabile per farci abituare allo sforzo che bisogna fare per prenderne le distanze e dunque irrinunciabilmente e inevitabilmente le avventure che si svolgono in quei pochi e soffocanti e oscillanti metri quadri di Cirillo e Pacebbene ci faranno ancora favolosamente ridere ridere ridere.