Teatro Sannazaro

AMORE NON AMORE

con Franco Marcoaldi e Peppe Servillo
alla chitarra Cristiano Califano

10 giugno Teatro Sannazaro

Nato dall’omonimo canzoniere poetico di Franco Marcoaldi appena pubblicato dalla Nave di Teseo, lo spettacolo ha debuttato con grande successo al Piccolo Teatro di Milano l’11 febbraio 2019 e al Teatro Argentina di Roma il 13 dello stesso mese. Poesie e canzoni del repertorio classico napoletano, inframmezzate da brani strumentali per sola chitarra, si intrecciano e rincorrono tra loro nel viaggio accidentato e sempre sorprendente del sentimento amoroso. La tenerezza si alterna all’impeto romantico, l’accensione febbrile a un’ironia che talvolta sconfina nel sarcasmo. Perché Amore, motore primo delmondo, convive sempre con il suo contrario.

SPORTIME

mostra di Gianluca Carbone

DAL 12 AL 20 giugno Napoli Teatro Sannazaro

SporTime si può considerare il continuo fisico, l’estendersi di lavori di una mia precedente mostra (ciclo di lavori) “The Time”, in quanto binomio inscindibile tempo-sport; in The Time la mia attenzione sul tempo è stata più generica ed estesa a più soggetti e situazioni legati al tempo, in “SporTime” invece la ricerca e l’attenzione è riversa esclusivamente sullo sport e su alcuni protagonisti specifici, come ad esempio il ritratto di Usain Bolt, atleta esasperatamente legato al tempo, e sull’immaginario, il mio, dello sport e della sua estetica; in conclusione una sorta di omaggio al tema attraverso e mediante il mio linguaggio, i miei personaggi, la mia estetica, il mio colore.

FISICA/MENTE

scritto e diretto da Luciano Melchionna

12 giugno Napoli Teatro Sannazaro

Avrei voluto correre e saltare.
Come dentro, anche fuori.
Avrei voluto continuare, avrei voluto continuare a vincere.
Per me.
Per i miei genitori.
Mia sorella sarebbe stata fiera.
Ho fatto un’altra vita.
Ho corso un’alta corsa.
Ho pianto una sconfitta senza lacrime, per non affogare.
Anche se io so nuotare. Mille stili so nuotare.
Mille e uno, senza braccia.
Mille e due, senza gambe.
Addirittura.
Oggi lo so, so chi sono.
Oggi so chi ha vinto:
che ho vinto oggi io lo so, e so che in un mondo meno ostinato a sorvolare, io sarei ancora tra i campioni.
Sarei ancora una campionessa,
la campionessa:
a me la coppa d’oro, a me il primo posto.
Ho vinto la morte, quella annunciata in cronaca.
Ho vinto la depressione, quella conseguenza imprescindibile.
Non mi avrai mi sono detta… e ce l’ho fatta, cazzo, ce l’ho fatta

OPEN – LA MIA STORIA

13 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Andre Agassi
traduzione di Giuliana Lupi
luci Matteo Crespi
una lettura scenica di Invisibile Kollettivo: Nicola Bortolotti, Lorenzo Fontana,
Alessandro Mor, Franca Penone, Elena Russo Arman
produzione Teatro dell’Elfo

«Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita… ». Il libro della star del tennis Andre Agassi, pubblicato nel 2009, non è «semplicemente» l’autobiografia di un campione, ma un vero e proprio romanzo di formazione di grandissima profondità, “uno dei più appassionati libri contro lo sport che siano mai stati scritti da un atleta”.
Dopo L’Avversario di Emmanuel Carrère, Invisibile Kollettivo, nel più assoluto rispetto del testo, torna a scandagliare un percorso di formazione identitaria faticoso e avvincente, e cerca di illuminare piste sorprendenti e inattese che hanno portato Andre Agassi a trovarsi e a riconoscersi attraverso un processo di abbandono delle maschere a lui attribuite, prima dalla famiglia, poi dai fans e dallo star system, che hanno fatto di lui un’icona degli anni ’90. Un padre ossessivo e brutale che lo vuole numero uno al mondo, allenamenti disumani contro il “drago sputapalle”, una carriera lunga vent’anni e mille match, imprese memorabili, parabole discendenti. La favola contemporanea di un bambino che ha fatto della sua vita l’incarnazione del sogno americano.

MIMÌ E LE RAGAZZE DELLA PALLAVOLO

14 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

laddove Mimì sta per Domenico –
scritto e diretto da Sara Sole Notarbartolo
con Fabiana Russo
musiche originali Massimo Cordovani
costumi Gina Oliva
voci registrate Ivna Curi, Lorenzo De Simone, Marco Palumbo, Sara Sole Notarbartolo, Fabio Rossi
produzione Taverna Est Teatro

La storia di Mimì, pallavolista con il mito di Mimì Hayuara, si ispira alla storia vera di Tifanny Pereira de Abreu, brasiliana, arrivata nella squadra Golem Palmi (vicino a Reggio Calabria) il 16 febbraio 2017. Tifanny è una pallavolista transessuale, era un uomo e si chiamava Rodrigo.
Per anni ha giocato in squadre maschili in giro per il mondo, oggi gareggia in serie A2 con le donne e siccome è molto forte in molti pensano che dovrebbe continuare a rimanere nel campionato maschile.
Ha cominciato la transizione da uomo a donna nel 2013, con l’assunzione di ormoni, si è operata nel 2014.
Nella nostra storia la vedremo nel momento in cui sta per realizzare il suo sogno «Ho sempre sognato di giocare le Olimpiadi con la nazionale brasiliana di pallavolo. Ma con la squadra femminile. Io mi sono sempre sentita donna, l’ho dovuto nascondere perché altrimenti non mi avrebbero fatto giocare in campo: ero un uomo ma fuori mi vestivo da donna, vivevo da donna.»

LA DAMA BIANCA SEMUÀ

15 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Igor Esposito
con Angela Pagano e Flo
regia Igor Esposito

La dama bianca semuà è una pièce in forma di suite dove prendono corpo, raccontandosi e rincorrendosi, tre voci di donna. Tutte e tre, ognuna a suo modo, cantano l’amore per un uomo che ha segnato la storia del ciclismo: il campionissimo Fausto Coppi. Un amore e una storia che fece gridare allo scandalo nell’Italia degli anni cinquanta. Uno scandalo che portò anche al carcere per abbandono di tetto coniugale. Bruna Coppi e Giulia Occhini. Moglie o amante. Matrimonio e adulterio. Fedeltà dell’amore o amore che stravolge. E come un controcanto, a queste due voci, la voce di una donna anonima e popolare che, sullo sfondo della storia da rotocalco, ricorda il suo amore di giovinezza con malinconia e velata ironia. E così, ancora una volta, queste tre voci, saltano sulla bicicletta del campionissimo, ma a dispetto delle imprese del Coppi qui non c’è nessun passo del Turchino né salita del Tourmalet né dell’Alpe d’Huez da scalare, ma la vetta è la vita, con tutto ciò che è stato e con tutto ciò che è svanito.

NON PLUS ULTRAS

16 giugno Napoli  Teatro Sannazaro
uno spettacolo di Adriano Pantaleo e Gianni Spezzano

con Adriano Pantaleo
drammaturgia e regia Gianni Spezzano
scene Vincenzo Leone
costumi Giovanna Napolitano
luci Giuseppe Di Lorenzo
contributi multimediali e foto di scena Carmine Luino
collaborazione alla drammaturgia Adriano Pantaleo
produzione Argot produzioni / Teatro Eliseo / Nest
in collaborazione con La Corte Ospitale

«Il modello di vita dell’Italia non può essere e non sarà mai quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi. Lo sport è un’altra cosa». Sergio Mattarella (durante Il Messaggio del Presidente della Repubblica agli Italiani del 2018)
Qual è il modello di vita degli Ultras?
Attraverso un’indagine teatrale durata quattro anni, abbiamo cercato di dare una risposta a questa domanda. Il modello di vita degli Ultras si racchiude in una sola parola: Mentalità.
Dunque, cos’è la Mentalità?
È una filosofia di vita basata su delle regole non scritte ma condivise tacitamente da tutti gli Ultras. L’impianto drammaturgico dello spettacolo procede alla scoperta di questo codice etico e comportamentale svelandone i pregi e i limiti.
Ciro cerca di conquistare la dolce Susanna, figlia del temuto capo Ultras Biagio ‘O Mohicano. La sua strategia è semplice: riuscire ad introdursi nel mondo della curva e conquistare la benedizione dal padre della ragazza. Ciro nel tentativo di sedurre resta sedotto, completamente catturato da quella mentalità che sembra dare un senso alla sua vita piatta e monotona che ha sempre detestato.
Però.
Cosa vuol dire essere un Ultras? Che responsabilità porta? Che legame corre tra lo stato civile e il movimento Ultras? Che costi ha essere un ultras?
Non Plus Ultra, ovvero “non più oltre”, la scritta che Ercole incise, sulle colonne omonime, per stabilire il limite al quale l’uomo aveva accesso. Qual è questo limite? Ciro lo scoprirà, a sue spese.

IL MOTORE DI ROSELENA

di Antonio Pascale
con Gea Martire

18 giugno Napoli Teatro Sannazaro

Storia in forma monologata di un’emancipazione femminile, in provincia di Napoli, riuscita in parte, per metà. Con uno stile comico e tragico insieme, si attraversano 40 anni di storia, costumi e modi di vivere seguendo le vicende di Roselena, la sua passione per le macchine, i suoi desideri che entrano in conflitto con la società maschilista e chiusa. L’importante nella vita è avere un motore e Roselena ce l’ha in testa come un chiodo fisso. Fin da piccola. Con grande meraviglia la madre si rende conto che il rumore dei motori delle macchine l’acquieta come nessuna ninna nanna e la mette di buon umore. Crescendo, il suo linguaggio dialettale, spesso sgrammaticato, colorito e poco forbito, diventa adeguato, calzante, perfetto se si ritrova a parlare di motori, carburatori, testate, pistoni, aerodinamicità, e siccome non sa parlar d’altro per lei persone e sentimenti equivalgono ai pezzi che compongono una macchina.
Roselena è seduta, o semisdraiata, su un bizzarro sedile simile a quello di una macchina da corsa con uno strano casco in testa. Bip bip, confusi rumori, che poi si precisano sempre più come rombo del potente motore di una Lancia Stratos Gruppo 4, accompagnano il racconto di Roselena che si sviluppa in cinque movimenti: parte, con la prima marcia, dagli anni 70, arriva, in quinta, all’inizio del 2000.
E noi partiamo con lei e viaggiamo nella sua vita.

FINISCE PER “A”

Soliloquio tra Alfonsina Strada, unica donna al Giro d’Italia del 1924, e Gesù

19 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

di Eugenio Sideri
con Patrizia Bollini
regia Gabriele Tesauri
voce fuori campo Pierr Nosari
foto di scena Achille Lepera
un progetto di Patrizia Bollini – Eugenio Sideri
produzione Lady Godiva Teatro

Alfonsina pedala, pedala veloce sulla sua bicicletta.
Poco importa se i capelli non sono lunghi e vaporosi ma corti, “alla maschietto”…
Poco importa se le gambe non sono lisce e snelle, ma tozze e muscolose…
Poco importa se tutti la prendono per “matta”…
Poco importa se viene vista come un fenomeno da baraccone…
Lei corre, sulla sua bicicletta, e pedala pedala pedala.
Facile a dirsi, oggi, di una donna che corre in bicicletta, ma meno facile 95 anni fa, precisamente nel 1924, quando Alfonsina Morini, maritata Strada, si iscrive e partecipa al Giro d’Italia. Prima ed unica donna a farlo, in quel tempo. Uno scandalo, per quella “corriditrice” che tutti credevano volesse sfidare gli uomini, ‘i maschi’. Ma Alfonsina voleva solo volare sulle ruote, correre nel vento, arrampicarsi per le montagne. E “il diavolo in gonnella” lo fece. Per tutta la vita, perché per tutta la vita la sua grande passione per le due ruote continuò.

Note di regia
Quando Patrizia mi ha parlato, per la prima volta di Alfonsina, le ho visto gli occhi luccicare. Io sono un uomo, un ‘maschio’, e credo che non potrò mai capire fino in fondo cosa possa significare per una donna, specie in quegli anni, affrontare la società – seppur sportiva- dei ‘maschi’. E così ho provato a salire anche io sulla bicicletta delle parole, e a ripercorrere, insieme ad Alfonsina, il suo Giro d’Italia e le sue successive mirabolanti imprese che ne fecero un’eroina del tempo. E ho provato ad immaginare questa ragazza che, nella solitudine delle salite o nelle lunghe traversate delle pianure afose sulle strade sterrate, pedalasse e parlasse… parlasse per non sentire la fatica, per non ascoltare chi la osteggiava, per non smollare mai… ecco, avviasse un dialogo con Gesù. Si tratta di un Gesù nei ricordi del Catechismo, un Gesù che sta nel Cielo e nella Terra, nelle cose che la circondano, nel vento che le sbatte contro, nella pioggia che le serra gli occhi, nel sole che la acceca… un Gesù che, come lei, è stato condannato dalla legge dei ‘maschi’. Non si tratta di una preghiera, ma di un vero e proprio soliloquio, parole dette nella mente, raccolte nelle gambe e animate dal respiro, affaticato ma felice, di chi non si è mai voluto arrendere.
Patrizia Bollini dà voce e corpo a questa incredibile pioniera dello sport femminile, meno nota della coetanea Ondina Valla, ma altrettanto importante nella storia dell’emancipazione sportiva – e sociale – delle Donne. Patrizia-Alfonsina si racconta, parlando con Gesù, attraverso una Via Crucis in bicicletta, attraverso le lunghe e faticosissime tappe del Giro d’Italia del 1924, e delle altre imprese, dando voce alle storie, agli aneddoti ma pure dando voce al primo marito – recluso e morto in manicomio- e alla madre, Virginia, massaia analfabeta della Bassa Emilia, madre di altri otto figli. Un avvincente monologo tra sudore e stati d’animo semplici e generosi.

CORRERE

20 giugno Napoli Teatro Sannazaro 

da Jean Echenoz
adattamento di Antonio Marfella
con il coro di voci bianche Alma Choir diretto da Stefania Rinaldi
e un attore da definire

Il suo ritmo-gara in corsa si modifica costantemente, è fatto tutto di tempi spezzati, sottili cambiamenti di velocità di cui si dolgono amaramente quelli che lo inseguono. Non soltanto, infatti, per loro è quasi impossibile tener dietro senza scoppiare alla falcata breve, scomposta, irregolare e a scatti che Emil Inanella, non soltanto quelle incessanti variazioni di ritmo complicano loro spaventosamente la vita, non soltanto quell’andatura strana e sofferente, combinata con rigidi gesti da automa, li scoraggia perché li inganna, ma oltretutto quell’eterno ciondolare il capo e quel perenne mulinare le braccia dà loro il capogiro.
Questa una delle descrizioni del portamento di Emil Zátopek, il fondista cecoslovacco plurivincitore olimpico. Questo il tono della scrittura di Jean Echenoz. Stile scomposto quello di Emil, stile ironico quello di Echenoz. Un respiro da locomotiva umana quello di Emil, un respiro affatto eroico quello di Echenoz. Una ritmica di corsa rapsodica quella di Emil, una ritmica di racconto lineare e leggera quella di Echenoz. Entrambe, però, musica e musicale l’intuizione per tradurre in scena la storia di Emil. Musicalità affidata a voci lontane, sottili, ancestrali come quelle bianche. La fatica, la gloria e il tramonto di Emil si convertono all’adattamento narrativo di Antonio Marfella consegnando il “corpo dell’eroe” alla sua più naturale dimensione di corpo d’uomo normale. Un uomo normale a cui, semplicemente, piaceva correre.

4.48 PSYCHOSIS

22 e 23 giugno Sannazaro

di Sarah Kane
in forma di “sinfonia per voce sola” di Enrico Frattaroli
con Mariateresa Pascale
Patrizia Polia (soprano)
Diego Procoli (pianoforte)
musiche da Gustav Mahler e P. J. Harvey
elaborazioni musicali / video / scena / regia di Enrico Frattaroli
responsabile tecnico Renato Barattucci
produzione Frattaroli-Pascale
in collaborazione con Florian Metateatro – Centro di produzione teatrale
con il sostegno del Festival Internazionale di Andria Castel dei Mondi
Durata: 1 ora e 20 min

Sinfonia per voce sola è una messa in concerto dell’ultimo testo di Sarah Kane: la musica dei suoi versi in risonanza con musiche di Gustav Mahler e P. J. Harvey. In scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, testualmente e scenicamente affidata alla voce sola di Mariateresa Pascale.
«Scriverlo mi ha uccisa» annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata a Mal Kenyon, la sua agente letteraria, il giorno del suo suicidio. Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico.
«Addio! Addio!» scrive Mahler sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell’Adagissimo. Ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre Rid of me, To bring you my love, The slow drug, le composizioni di P.J. Harvey – coeve alla scrittura drammaturgica di Sarah Kane e dal sapore decisamente rock – ne sostengono le invettive più aspre e graffianti. Una distanza che non ha escluso simmetriche intersezioni, contaminazioni, convergenze.
Le parti dialogiche del poema – le cui voci rinviano, implicitamente, alla stessa Kane e al suo psichiatra – hanno, paradossalmente, valore di tacet. Sono momenti in cui l’opera si sospende ed il regista si rivolge, letteralmente, all’attrice, che al regista risponde. Ed è proprio per il loro valore di pausa, di silenzio che sono parte dell’opera teatrale, del concerto, della poesia, come bianchi di scena.
Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni agogico-dinamiche dell’intera partitura verbale e musicale.

NON FARMI PERDERE TEMPO

27 e 28 giugno Teatro Sannazaro
di Massimo Andrei

con Lunetta Savino
regia Massimo Andrei
scenografia Luigi Ferrigno
produzione Maurizio Marino per Arteteca, Stefano Sarcinelli per LaprimAmericana

prima assoluta

Tina ha più o meno ventisette anni, ma ne dimostra precisamente una trentina in più perché è affetta dalla Sindrome di Werner, o di invecchiamento precoce. Come tante donne al mondo ha alcuni sogni irrealizzabili e necessita di altrettanti bisogni concreti: un forte senso di maternità che sprigiona in modo esasperante su qualsiasi bambino incontri, un amore passionale per un uomo che non ricambia, l’aspirazione di lavorare come showgirl. Quando comincia a rendersi conto della gravità della sua malattia, anziché dannarsi, inizia una corsa con il tempo per cercare di realizzare i suoi pur semplici desideri. Il tempo le darà conferma di quanto i familiari, unici eredi delle sue proprietà, le siano indifferenti, o meglio interessati unicamente al fatto che muoia presto. E allora comincia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Per farlo Tina trova la complicità di un giovane volontario, di nome Marco, conosciuto nell’associazione di malati di patologie genetiche. Il ragazzo l’assiste, ma soprattutto la sostiene nella sua perdente storia d’amore con Giuliano, e nella preparazione di un numero tutto suo come cantante. Tina alla fine riesce in tutto. In modo grottesco, ma ci riesce. E quando capisce che la sua malattia è arrivata a uno stato irreversibile trova anche la forza di combattere i suoi nipoti, intestando i suoi beni immobili all’unica persona che le è stato sempre vicino: Marco. Tina non è una vittima, bensì un’eroina. Le sue sono tutte gesta comuni, risultano grandi perché ha fatto della vita e nella vita ciò che voleva. Individuato il tempo a sua disposizione come risorsa-energia-fortuna-possibilità, se ne è impadronita totalmente e produttivamente: lo ha conquistato

IL TEMPO È VELENO

1 e 2 luglio Teatro Sannazaro 

di Tony Laudadio
con Andrea Renzi, Tony Laudadio e cast in via di definizione
regia Francesco Saponaro
coproduzione Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

prima assoluta

Il Tempo è veleno è una commedia amara e melanconica che intreccia tre età della vita e tre momenti temporali diversi in un unico e simbolico spazio: l’ampio salone di un appartamento napoletano che guarda il mare.
Anni Settanta. Paco e Bianca, una coppia di coniugi, si confrontano con la scelta definitiva di acquistare la casa nella quale vivono. Bianca è incinta di Sara, la loro primogenita, ma sembra avere qualcosa che la tormenta. Vent’anni dopo, negli anni Novanta, Sara e Marta, le loro figlie, stanno per separarsi per sempre, a causa della decisione di Sara di seguire le spinte della sua natura ribelle. Ancora un salto temporale, fino ai giorni nostri. Marta, ormai adulta, sta cercando di negoziare con Ennio la vendita della casa di famiglia, groviglio di ricordi, di segreti nascosti tra lettere, fotografie e fantasmi. «Di solito il tempo lenisce il dolore – racconta il regista Francesco Saponaro – qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia crudele di inesorabile veleno».

MAURIZIO IV – PIRANDELLO PULP

5 e 6 luglio Teatro Sannazaro 

testo di Edoardo Erba
con Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia
Regia Roberto Valerio
musiche di Massimiliano Gagliardi
Produzione OFFICINE DEL TEATRO ITALIANO

prima assoluta

Siamo in teatro, e sul palco è allestita la scena del Gioco delle Parti di Pirandello. Maurizio, il regista dello spettacolo, si aspettava una squadra di tecnici per il montaggio delle luci, ma si presenta solo Carmine, un siciliano di mezza età, che non sembra aver molta voglia di lavorare. Carmine non sa nulla dello spettacolo e Maurizio è costretto a ripercorrerlo interamente per farglielo capire.
Pur di lavorare il meno possibile, Carmine si mette a discutere ogni dettaglio. Le sue idee sono innovative, e Maurizio passa dall’irritazione, all’interesse, alla decisione di fare una regia completamente diversa, un Pirandello pulp. I ruoli si invertono: ora è Carmine a dettare la linea, mentre Maurizio lo asseconda. Eppure non tutto è come sembra, e nuovi impensabili ribaltamenti portano verso un finale che si tinge di nero.
Divertente, irriverente, prensile, interpretato da due grandi talenti del Teatro, diretto da uno specialista di Pirandello, Maurizio IV si impone come una delle più importanti novità italiane della stagione.

BARTLEBY LO SCRIVANO

9 e 10 luglio Teatro Sannazaro 

di Francesco Niccolini
liberamente ispirato al romanzo di Herman Melville
regia Emanuele Gamba
con Leo Gullotta, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci
produzione Arca Azzurra Produzioni

prima assoluta

Un ufficio. A Wall Street o in qualunque altra parte del mondo, poco cambia.
È una giornata qualunque nello studio di un avvocato, un uomo buono, gentile, così anonimo che non ne conosciamo nemmeno il nome. Ogni giorno scorre identico, noioso e paziente, secondo le regole di un moto perpetuo beatamente burocratico: meccanico e insensato.
In questo ufficio popolato da una curiosa umanità – due impiegati che si odiano fra di loro e cercano di rubarsi l’un l’altro preziosi centimetri della scrivania che condividono, una segretaria civettuola che si fa corteggiare a turno da entrambi ma che spasima per il datore di lavoro, e una donna delle pulizie molto attiva e fin troppo invadente – un giorno, viene assunto un nuovo scrivano.
Ed è come se in quell’ufficio sempre uguale a se stesso da chissà quanto tempo, fosse entrato un vento inatteso, che manda all’aria il senso normale delle cose e della vita. Bartleby si chiama, e fa lo scrivano. Copia e compila diligentemente le carte che il suo padrone gli passa. Finché un po’ di sabbia finisce nell’ingranaggio e tutto si blocca.
Un giorno Bartleby decide di rispondere a qualsiasi richiesta, dalla più semplice alla più normale in ambito lavorativo, con una frase che è rimasta nella storia: “Avrei preferenza di no”.
Solo quattro parole, dette sottovoce, senza violenza e senza senso, ma tanto basta. Un gentile rifiuto che paralizza il lavoro e la logica: una sorta di inattesa turbolenza atmosferica che sconvolge tanto l’ufficio che la vita intima del datore di lavoro. Da quel momento Bartleby si spegne. Il motivo? Quando lo scopriremo, sarà troppo tardi.

Scrive Emanuele Gamba: « Nel 1851 Herman Melville scrive “Moby Dick”, grande storia romantica di un titano di nome Achab che affronta e sfida l’assedio di un oceano oscuro; qui un gigante forte e visionario ingaggia una spietata lotta che è lotta per la vita e per la morte o, forse sarebbe meglio dire, della vita e della morte. Due anni dopo Herman Melville scrive “Bartleby, lo scrivano” e tutto sembra essersi calmato, spenti i fragori dei marosi, l’oceano si è ritirato e il panorama cambiato: siamo a Wall Street ai febbrili inizi di quello che si avvierà ad essere il più assediante, oscuro, spietato sistema finanziario/produttivo del mondo; il cuore pulsante intorno al quale nasceranno più di cento anni dopo, globalizzazione e crescite variamente felici. L’oceano si è trasformato nel mare dell’economia e della produttività, il Pequod in un ufficio seminterrato, la ciurma di marinai in un’altra ciurma di scrivani, Ismaele si è fatto avvocato e l’assedio di Wall Street è tale che si rende necessario assumere un aiuto, uno scrivano in più, un altro gigante, un altro titano: Bartleby. L’ossessionato e ossessivo capitano si è trasformato in Bartleby, l’ultimo dei marinai arruolato, eppure capace di realizzare una lenta, progressiva, pacata messa in crisi di un sistema di cui non riconosce il valore positivo. Mentre tutto e tutti (scrivani, religiosi, soldati, banchieri, politici, artisti) procedono aggressivi e baldanzosi, forse colpevolmente ignari, fra nuove ricchezze e nuove schiavitù, l’ultimo entrato in scena si mette di traverso e con una frase che sembra arrivata da un remoto passato monastico, avvia un inesorabile processo dubitativo di disgregazione di un moloch che si incarna nel binomio “lavoro/dovere”. Bartleby si incunea e si incista nella storia positiva di Wall Street ma non è un batterio che ammalerà l’ambiente, è la cura che proverà a salvare un mondo malato che si nutre di numeri e algoritmi. Bartleby è l’eroe dell’inazione, della non violenza che è azione negativa e costruens allo stesso tempo; è il titano della grazia leggera di chi dice “non in mio nome”; è il gigante che usa un piccolo granello e poi un altro e un altro per inceppare il grande meccanismo che regola e cadenza notte e giorno dell’homo economicus. Bartleby per tutto il tempo cerca il raggio di sole che una volta al giorno entra nell’ufficio sepolcro; forse Bartleby è principalmente questo, un seme che eroicamente, pervicacemente grida sottovoce il proprio diritto alla scelta e alla libertà e si fa filo d’erba in mezzo al cemento, contro tutto, ma per tutti».

LE TITINE LAB E incursioni, rotture, attraversamenti di Altre Titine prese un po’ qui un po’ lì…

12 e 13 luglio Teatro Sannazaro 

dall’atto unico Tornò al nido di Titina De Filippo
progetto a cura di Antonella Stefanucci
con Adolfo Margiotta e Antonella Stefanucci (e cast in via di definizione)
produzione Teatro del Loto – Teatri molisani di Stefano Sabelli

prima assoluta

«“Blocco” – scrive Antonella Stefanucci – è il termine con il quale un noto critico teatrale definì il sodalizio artistico di Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. In una lettera, Titina scrive “un giorno diedi un urlo e volli assaggiare la gioia dell’indipendenza”.
L’incanto era rotto. Il “blocco” infranto, spezzato, non esisteva più. Un sospiro di sollievo.
Alle ammonitrici ed affettuose parole di un grande critico, agli sguardi afflitti del nostro pubblico, mi viene da rispondere: “Amici miei… credete a me… meglio un successo di “blocco” in meno e tre uomini liberi in più!”.
Titina quindi ruppe il sodalizio.
Titina scriveva in maniera delicata, pittorica, sublime nella sua onirica semplicità, come se le sue commedie fossero gouache ottocentesche, sempre con precisi riferimenti musicali che suggeriva nelle didascalie e sempre con l’orecchio rivolto al pubblico.
Le sue commedie hanno un linguaggio quotidiano e contemporaneo e da bravissima interprete femminile ha raccontato e descritto divertentissimi e caustici personaggi femminili.
Sarebbe bello giocare – to play – mettere in scena, ridare vita a queste figure che raccontano salotti,
balconi sul mare, case di campagna… musicisti, giocatori, capitani di marina, nobiltà decadute.
Governanti, figli illegittimi e amanti in fuga…».